• 19 novembre 2013 14:04
  • Note al progetto
    Da molti anni il Teatro Stabile del Veneto con Teatri e Umanesimo Latino Spa e Arteven Circuito Teatrale regionale si è impegnato in un progetto di recupero della drammaturgia veneta che ha portato alla produzione di sette spettacoli che hanno coinvolto i migliori attori della regione, ma, soprattutto, fatto conoscere alcune gemme del ricchissimo repertorio drammaturgico veneto. I sette titoli prodotti sono stati Nina, no far la stupida di Arturo Rossato e Gian Capo, Quando al paese mezogiorno sona di Eugenio Ferdinando Palmieri, La Base de tuto e Serenissima di Giacinto Gallina, Tramonto di Renato Simoni e Se no i xe mati, no li volemo di Gino Rocca.

    Il repertorio veneto andava riscoperto e proposto nuovamente al pubblico contemporaneo: di questo abbiamo fatto, dunque, la mission del nostro lavoro comune, riunendo risorse, energie e competenze. Ci siamo affidati alle intuizioni dei nostri registi, al talento dei migliori attori veneti e non solo, ne abbiamo scoperti di nuovi, dando opportunità di crescita a molti.

    Ripartiamo per la stagione 2013/ 2014 da un altro caposaldo della drammaturgia veneta, Sior Tita paron di Gino Rocca, gemma straordinaria della drammaturgia del secolo scorso affidandoci, sicuri, alla vocazione e al talento di un gruppo di giovani professionisti chiamati a confrontarsi con la nostra migliore tradizione.

    Note di regia
    Sior Tita Paron è un dramma abilmente nascosto tra le righe di una perfetta macchina comica, una commedia feroce, lucida e terribilmente divertente. Un’affiatata squadra di servitori si ritrova all’improvviso a contendersi l’inaspettata eredità del defunto paron, e il piccolo paradiso in cui ognuno a modo suo riusciva ad approfittare delle ricchezze della casa entra subito in crisi. Il maggiordomo Tita, nominato inaspettatamente unico erede, diventa immediatamente centro dei sospetti e dell’ostilità degli altri servitori, e la lotta intorno all’improvvisa ricchezza è un gioco senza esclusione di colpi, in cui continuamente si fanno e disfano alleanze, si mente, si tradisce, si cerca di difendere con ogni mezzo le proprie piccole conquiste, il proprio angolo di territorio, senza potersi più fidare di nessuno. Per i nove personaggi si tratta di resistere al cambiamento in tutti i modi possibili: alle relazioni si preferisce il gioco dei ruoli, al confronto la logica del noi contro di loro, alla sincerità il non detto, in una serie infinita di occasioni mancate di una comunicazione a viso aperto tra esseri umani.

    Gino Rocca scrive Sior Tita Paron nel 1928, in anni difficilissimi. Lo dedica al figlio Guido, con l’indicazione (o forse il monito) “Queste creature, che s’incamminano con lui, perché le trovi e le riconosca un giorno”. Ottantacinque anni dopo, le stesse creature sono ben presenti intorno a noi, siamo noi o quel che corriamo il rischio di diventare, quando nelle nostre relazioni familiari e sociali rinunciamo al dialogo e ci accorgiamo di non avere nulla con cui sostituirlo. La storia dei personaggi di Rocca, dell’ubriacone Serafin, del rissoso ortolano Nane, della cuoca Carlotta, della sognatrice Teresina, e naturalmente dell’imprevedibile Tita, è una storia che ancora, e forse più che mai, oggi ci riguarda.

    Per mettere in scena Sior Tita Paron allora la scelta è ricaduta su una squadra di giovani attori, affiatati e complici, al servizio della comicità e del ritmo del testo. Attori capaci di giocare al gioco dei ruoli con spietata (auto)ironia, capaci di ricostruire sulla scena, amplificate e distorte, le relazioni quotidiane di una società in cui la comunicazione si gioca le ultime, preziosissime carte.

    Lorenzo Maragoni