• 21 novembre 2006 16:43
  • Per quale ragione un infallibile genio teatrale come Shakespeare conclude la trama del Mercante nel quarto atto, ma invece di calare il sipario ne scrive un altro intero, in cui sembra non avere molto altro da aggiungere e divaga, parlando di musica e anelli? Questa domanda mi tormentava durante i mesi di studio di questa regia, facendomi sentire come un detective che cerca di decifrare il “vero” significato del Mercante.
    Mario Praz, uno dei più grandi studiosi di letteratura inglese che l’Italia abbia avuto dice che la grandezza immortale dell’opera di Shakespeare, come di tutti i grandi capolavori, sta nella sua enigmaticità, nel suo “mistero”. Dopo molti secoli l’uomo si chiede ancora il vero significato metaforico di Amleto, o del sorriso della Gioconda o delle ombre dei mulini a vento nel Don Chisciotte.
    Questa felice espressione si adatta più che mai a una delle opera più ambigue di uno scrittore che è lo quintessenza dell’ambiguità. E’ veramente una commedia il Mercante o in realtà con il suo formidabile quarto atto è in realtà un dramma? Chi è il vero protagonista? Il mercante del titolo (ovvero Antonio, e non Shylock come pure molti hanno creduto) o l’usuraio ebreo che ha reso immortale il testo? O il vero fulcro dell’opera è il personaggio di Porzia, che sembra provenire da un mondo a sé? Si tratta di un testo antisemita, come sembrerebbe dalla trama? Ma come può esserlo veramente, se contiene alcuni tra i monologhi oggetto di culto di ogni ideologia antirazzista?
    Se pure ci convinciamo che Praz ha ragione e non c’è quindi alcuna risposta esaustiva alle domande che ho posto, è altrettanto vero che il regista ha il dovere-diritto di esporre la propria versione dei fatti facendo propria, d’altra parte, lo connotazione sopraccitata, il mistero.
    La prima decisione è stata quella di ricontestualizzare Il mercante, togliergli la sua tradizionale ambientazione seicentesca e situarlo in una astratta Venezia degli anni trenta, che fa pensare a Casablanca, Tangeri o Istanbul. Ci siamo infatti persuasi che la Venezia di Shakespeare non sia né l’attuale città d’arte e di turismo, né quella decadente di Mann e Hoffmansthal e neppure quella settecentesca di Goldoni e Tiepolo. Venezia è, per il poeta inglese, una città esotica e di confine, cinica e mercantile, quasi l’equivalente di alcune città orientali nella cinematografia del secolo scorso. Rappresenta infatti il versante cinico-realistico della trama, mentre quello più creativo e fantastico è simboleggiato dal regno di Porzia: Belmonte. Ci è sembrato quindi che avvolgere la messa in scena in sapori esotici e cinematografici (da Marocco a La signora di Shangai o Casablanca) fosse un modo di pensare in modo nuovo Venezia e insieme di immergere la trama in quell’ atmosfera cinica e malinconica, ma soprattutto misteriosa, che è tipica di quei film. Non abbiamo però voluto dare una connotazione realistica allo spettacolo, ma lasciargli il suo carattere di parabola. La scenografia è quindi una semplice barriera di specchi in continuo movimento, adatta a un testo in cui tutto ciò che sembra contrapporsi finisce infine per rispecchiarsi.
    Abbiamo scelto di privilegiare tra i mille temi possibili due contrapposizioni.
    Quella tra Shylock e Antonio e quella tra Shylock e Porzia. Nella prima il Bardo fa vincere Shylock, e non a caso. E’ vero infatti che il testo obbedisce all’antisemitismo d’ordinanza nell’Inghilterra dell’epoca, ma è altrettanto vero che dissemina la commedia di messaggi cifrati, allusivi, che invitano a diffidare delle apparenze. E se quindi mostra un intrigo in cui l’usuraio è il “cattivo” e Antonio il “buono”, mostra poi impietoso tutte le mollezze, il cinismo, l’asservimento alle ragioni del denaro della comunità veneziana, che non esita a mettere a morte un suo pari pur di non perdere le sue caratteristiche di porto franco dell’ epoca. In questa prima contrapposizione Shylock è apparentemente il concentrato dei più orribili vizi ma si rivela in realtà un capro espiatorio, una cartina di tornasole dei limiti di quella stessa comunità che pure lo esecra. È infatti spietata la sete di vendetta dell’usuraio, ma è altrettanto crudele lo violenza di Antonio che rivendica il diritto di incassare il prestito da lui e continuare a «sputare sulla sua barba». Fa venire i brividi il rifiuto alla clemenza di Shylock, cui lo invita il celebre monologo di Porzia, ma è altrettanto impressionante lo confisca dei beni e addirittura lo conversione forzata che conclude il processo. È come se Il mercante, in cui uno dei leit-motiv è l’invito a diffidare delle apparenze, fosse un’opera a più strati. Nel più superficiale sembra essere antisemita, ma più in profondità suggerisce comprensione verso un antieroe più coerente e serio dei suoi ambigui nemici.
    Se dalla prima contrapposizione Shylock esce vincente, viene invece curiosamente sconfitto da una ragazza che si dimostra più abile e combattiva dei potenti notabili veneziani, della violenza di Graziano, della sapienza del doge. Com’è possibile che ciò avvenga, come può intrecciarsi una trama assai realistica con una fiaba, in cui nessuno riconosce il travestimento del finto avvocato, e tutti sembrano credere all’inverosimile finale, in cui ricompaiono di colpo le navi affondate di Antonio, il cui naufragio è pure è al centro di tutto l’intreccio? Il problema è che il terreno di gioco su cui Porzia sfida Shylock, e lo sconfigge, non è quello della cruda realtà veneziana, tutta riassumibile in termini economici, ma quello della magia, del gioco, della pura immaginazione. Se Belmonte per Shakespeare era un castello fiabesco, per noi diventa un luogo abitato da fantasmi cinematografici. Porzia, tenuta per molto tempo in cattività, alla fine si libera ed esplode come un tappo di champagne, mossa dal desiderio di giocare con la realtà, finendo col determinarla, come un mago. Ecco che si diverte a organizzare un processo in cui il suo comportamento apparirebbe quanto mai crudele, visto che arriva a sfiorare l’esecuzione della sentenza, se non fosse determinato dal gusto di travestirsi, stupire, “recitare”. Questo gusto del gioco sembra ispirare tutte le sue ben architettate messe in scena: quella degli enigmi, poi il processo e infine quella degli anelli.

    A questo punto dei miei ragionamenti mi sono reso conto di aver finalmente trovato la risposta a cui accennavo all’inizio. Shakespeare non conclude il Mercante con il quarto atto perché non ha inteso raccontare solo lo storia di Antonio e Shylock ma anche quella di Porzia. E vuole riaffermare la superiorità del gioco sui traffici, della fantasia sulla realtà. Ecco perché conclude questa sua parabola sulla inafferrabilità del reale con l’affascinante quinto atto, dal significato più che mai inafferrabile. Esso si apre con un’ode alla musica che è un atto di amore verso l’immaginazione e quando Lorenzo critica l’animo di chi non si fa emozionare dalla musica, sembra parlare della cinica comunità di mercanti che abbiamo da poco lasciato.
    Che cos’è poi lo scena degli anellini se non l’ennesima messa in scena di Porzia? La ragazza lo costruisce chiaramente ad arte. Prima rende solenne la consegna del gioiello. Quindi induce Bassanio a tradire questa consegna e infine crea un lieto fine che riporta tutto in equilibrio, ma lo riconferma come regista della vita sua e degli altri.
    Ecco perché lo fine di Shylock non coincide con lo fine della commedia. C’è ancora bisogno dell’epilogo in cui Belmonte sconfigge Venezia. Alla fine di una lunga indagine su un testo così affascinante, una sorta di prisma sfaccettato in cui non si finisce mai di scavare, mi sono trovato in mano ciò che non avevo certo immaginato all’inizio: un atto d’amore verso l’arte, l’immaginazione – in definitiva, il teatro.

    Luca De Fusco

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