Intorno al film "Le città di pianura" e alle scrittrici dell'ultima generazione monta un'onda culturale che sta cambiando il modo di raccontare la regione Un altro sguardo sulla provincia e sul fallimento di un modello economico
C'è un nuovo modello veneto che fa parlare di sé. E – sorpresa – non ha a che fare con l'economia: non è il Veneto locomotiva d'Italia, distese di capannoni e fiumi di schei, non è il piccolo e bello, non è strade statali e interminabili sequenze di rotatorie anonime, reticoli di asfalto per arrivare in fretta, ché il tempo è denaro. Oggi c'è un Veneto che di quel miracolo economico al tramonto racconta i postumi, quello che resta dopo l'ultima bevuta, anche se non è mai veramente l'ultima come ne Le città di Pianura di Francesco Sossai, che di questo racconto potrebbe essere l'uomo copertina. Un Veneto che si specchia nei suoi scempi ambientali e nel declino economico e ci trova segni di desolazione interiore, di una certa depressione diffusa e la rielabora per farne arte.
È la Veneto Wave, un'onda culturale che forse è soltanto all'inizio e che si spande in uno scenario di zone industriali parzialmente abbandonate, tra locali chiusi o passati a proprietà asiatiche, in una regione che ha perso fiducia nel lavoro, dove le nuove generazioni si rifiutano di ereditare l'azienda di papà e scappano, mentre chi resta soffre di solitudine o di un malessere generazionale che è ancora in buona parte da esplorare e raccontare. Magari proprio con la forza di nuovi linguaggi, quelli delle arti, senza retorica e senza giudizio, liberi anche dai luoghi comuni del passato che hanno impedito di notare che qualcosa di importante e nuovo stava succedendo.
Non che siano mancate le voci negli ultimi quindici anni o prima. Marco Paolini, Andrea Pennacchi, Andrea Segre – solo per citarne alcuni – hanno raccontato in teatro e sul grande schermo il Veneto dei primi vent'anni di questo secolo. Ma in un modo comunque collegato a quell'altro mondo lì. La Veneto Wave ci parla del tempo presente, abbandonando strade già percorse, liberandosi dai confini provinciali e dalle etichette, mettendo a fuoco le nuove comunità, le economie emergenti, i lavoratori invisibili, i mestieri che non avevano neanche un nome. Ed entrando nelle case dei veneti, che non sono le stesse di vent'anni fa. Dove vivono persone che sono diverse.
Nel cinema, accanto a Sossai, la grande novità è che il Veneto si sta liberando di Roma: per fare film non è più necessario andare nella capitale, come accadeva a Mazzacurati. C'è sempre chi va via, per studiare o a cercar fortuna, ma molti tornano.
La Veneto Wave ha radici forti, sguardo lungo e resistenza.
Qualche nome: Marco Zuin, che ha appena girato Per silenzio e vento tratto da un libro di Matteo Righetto; il regista trevigiano Francesco Montagner, Pardo d'oro a Locarno nel 2021 con Brotherhood; Simone Baldi e Marco Schiavon, documentaristi; il vicentino Renzo Carbonera; la padovana Anna Marziano che fonde cinema, saggistica e poesia, il bellunese Alessandro Padovani, sceneggiatore di Brotherhood e Premio Solinas. Antonio Padovan (Finchè c'è prosecco c'è speranza) ha studiato a New York ma è tornato in Veneto (nel film Il grande passo fa partire un razzo spaziale dal Polesine) e in autunno girerà sulle montagne veneto/friulane La questione della capra scritto con Marco Pettenello. E ancora, il regista e fotografo asolano Riccardo De Cal, autore di Oltre le rive sul fiume Piave. Ma anche Giovanni Pellegrini e naturalmente Damiano Michieletto che ha debuttato con Primavera. Non meno importanti Alessandro Rossetto, che il suo primo lungometraggio girato in Veneto l'ha intitolato Piccola patria e che ha filmato anche la crisi dell'area termale (Effetto domino dal romanzo di Romolo Bugaro) e l'implosione delle banche venete (The Italian Banker) e Claudio Cupellini, gli ultimi lavori del quale sono tutti ambientati in veneto (La terra dei figli e - prossima uscita - Il sopravvissuto). Grande fermento c'è anche sul fronte dei produttori e nei settori connessi al cinema, dove si fanno notare Lorenzo Tomio, 46 anni, compositore per i film, premio Rota 2025, una ventina di colonne sonore distribuite in tutto il mondo e Matteo De Mayda, 42 anni, fotografo di Treviso.
In letteratura sono soprattutto le scrittrici a farsi sentire. Giulia Scomazzon con 8.6 gradi di separazione ha esplorato il tema della dipendenza da alcol. Dello stesso tema aveva scritto anche Giulia Pavan, veneta di origini, con Quasi niente sbagliato, descrivendo le fatiche di una generazione che non ha più voglia di inseguire il modello del successo economico a ogni costo. Ma anche Nicole Trevisan, Sonia Aggio, Ginevra Lamberti e Agnese Scapinello stanno dando un contributo importante nel trasmettere del Veneto contemporaneo un'immagine diversa da quella della generazione precedente, che ha avuto in Vitaliano Trevisan una delle voci più forti. E poi ci sono anche Paolo Malaguti, finalista al Campiello, e Matteo Melchiorre che con Il duca - ambientato in un paese non identificato della montagna veneta, tra vecchi proprietari in decadenza e liti di confine - è stato finalista all'International Book Prize.
Tra gli attori c'è una squadra di giovanissimi o un po' meno giovani che negli ultimi anni si è fatta notare non solo in Italia: Francesca Masini (24 anni, Treviso); Carolina Sala (25, Conegliano), il 17enne Alvise Marascalchi (Ponte nelle Alpi); Maria Roveran, attrice e cantante; Denis Fasolo, padovano, protagonista delle Città di Pianura ma anche dell'Alcesti prodotta dallo Stabile insieme all'Inda per il teatro greco di Siracusa. E ancora il vicentino Matteo Cremon e il trevigiano Alex Cendron.
Anche nella musica il Veneto è uscito dagli spazi ristretti della provincia. Accanto ai giganti del pop e dell'urban come Francesca Michielin, Madame e Sangiovanni e alle penne un po' più crude di Tony Boy e Gianmaria, si fanno notare i nuovi cantautori (Dutch Nazari, Rares) e i protagonisti di una ricca scena indie (Bengala Fire, Lamante, Jesse the Facci) o post-rock (i Post Nebbia di Carlo Corbellini e Are You Real). Ma anche nel jazz e nella classica (si pensi al violinista Giovanni Andrea Zanon, a Leonora Armellini, a Elia Cecino), i talenti veneti sono protagonisti nel mondo. Nel teatro uno dei nomi di spicco è Alessandro Businaro, 33 anni, padovano, regista, direttore junior del Teatro Stabile del Veneto.
Ma intorno a lui c'è una generazione di 20-40enni che raccoglie premi e consensi: Nicolò Sordo, 34 anni, attore e drammaturgo; Sara Sguotti, 36 anni, padovana, coreografa e performer, Bianca Tortato, Maria Luisa Zaltron, Daniel Santantonio.
Ed è così anche nelle arti, nella danza. Ne parleremo, nelle prossime settimane, esplorando - un'arte alla volta - tutte le voci di quest'onda che promette grandi trasformazioni nel nostro modo di guardare il Veneto.