MISURA PER MISURA

adattamento e traduzione di Angela Demattè

regia di Andrea Chiodi

 

Perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati

Vangelo di Matteo

 

I temi dell’ambiguità del potere, religioso, politico, giudiziario della città corrotta e ingovernabile che si deve comunque governare, dell’ordine e del disordine inestricabilmente mischiati ci parlano ancora oggi. Il tema del puritanesimo e di una giustizia a tutti i costi, anche a costo di essere distruttiva e senza pietà è l’indagine intorno alla quale ho deciso di lavorare partendo da una presunta educazione infantile terribile del vicario Angelo a cui fin da piccolo, ci siamo immaginati con Angela Dematté che firma la traduzione e l’adattamento, è stata inculcata una visione della vita puritana, fatta di privazioni e imposizioni.

In Misura per misura il perfido consigliere Angelo, magistrato falsamente incorruttibile che regge la città di Vienna durante l’assenza del Duca Vincenzo, condanna a morte il giovane Claudio con l’accusa di aver sedotto una fanciulla. Quest’ultimo potrà ottenere la grazia soltanto a patto che sua sorella Isabella gli si conceda per una notte.

La scelta di quest’opera shakespeariana ricade sulla necessità di fornire agli allievi dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni, giunti al termine del loro percorso di formazione triennale, un’occasione per esplorare un grande testo, fatto di grandi temi, domande e pensieri. Una possibilità di fare un lavoro di analisi di un testo importante e che permette di fare un analisi approfondita sulla parola, sul sottotesto e sulle relazioni che nascono in scena.

Ho cercato di costruire uno spettacolo dinamico e il più coinvolgente possibile, lavorando con l’energia di un gruppo di 16 giovani allievi attori che si muoveranno tra palco e platea. Ho lavorato con loro come con degli allievi attori, chiamati però a diventare professionisti e a confrontarsi con la macchina e i temi complessi della drammaturgia di Misura per Misura. Uno spettacolo che grazie alla collaborazione con Guido Buganza per le scena e Marta Ciappina per i movimenti, abbiamo costruito riutilizzando tutto materiale presente in teatro dagli elementi di scena, alle parrucche e ai costumi, perché il teatro quando parte da una necessità concreta di raccontare delle storie può avere bisogno di pochi elementi ma di tanti pensieri.

Andrea Chiodi

 

 

 

Non si può lavorare alla traduzione per la scena di un testo di Shakespeare senza accettare di giungere a compromessi. Non solo compromessi tra il suo genio e il tuo, questo sarebbe banale. Provo a spiegare quel che accade mentre ci si addentra nei suoi testi: ti trovi dentro un grumo fondo e complesso che palpita dentro le battute dei personaggi. Mentre traduci, perciò, desideri fortemente che questo grumo si renda evidente perché vuoi condividere con gli spettatori gli strati simbolici, le ambiguità, le complessità che l’autore mette in gioco.

Il bardo genio costruisce una trama e delle relazioni avvincenti dentro le quali fa viaggiare sempre un dilemma irrisolvibile e delle tracce simboliche per pochi eletti. Questo dà ai suoi testi quella popolarità e, insieme, quell’altezza poetica unica nella storia del teatro e della letteratura. Questo fa sì che gli attori non possano mai accomodarsi nella “risoluzione” basilare di un personaggio.

Nella traduzione, perciò, ho cercato di lavorare in una direzione non semplificatoria, ho cercato di far emergere gli accostamenti semantici che il bardo inventa perché anche lo spettatore italiano se ne accorga. I personaggi usano parole che appartengono alla sfera della legge mentre altri rispondono con parole che arrivano dal mondo naturale. Altre parole arrivano dal mito o dall’ambito religioso. Le metafore sono evidentemente scelte da un luogo o dall’altro. L’autore ci sta mettendo di fronte innanzitutto al nostro essere cultura e natura ad un tempo.

Ho aggiunto poi, per accentuare il puritanesimo avanzante che Shakespeare sente e rileva nel suo secolo (il politically correct del nostro secolo non ha qualcosa di simile a quello?) un coro di donne che con parole coercitive impediscono ad Angelo di conoscere le sue pulsioni. Questo elemento, ho notato, ha colpito molto i ragazzi, i quali mi hanno fornito materiale prezioso.

E’ venuta alla luce una mancanza di linguaggio affettivo e corporeo nell’infanzia di quasi tutti noi, soprattutto in quella maschile. Dunque il personaggio di Angelo ce lo sentiamo vicino. Il “villain”, come succede nei drammi maturi del bardo, non è veramente più solo il cattivo e la scrittura ci permette di sentire una sua “verità”, attraverso la quale possiamo entrare in empatia col personaggio ed esserne trasformati.

Con il regista abbiamo scelto arditamente di far stare i ragazzi in compagnia di grossi dilemmi che, ci sembra, ci riguardano profondamente oggi.

Proverò a citare questi dilemmi senza togliere allo spettatore il livello complesso che mi piacerebbe godesse nella messinscena, userò perciò dei binomi semplici (si fa per dire): giustizia/misericordia, pulsione/ragione, libertà/natura ma soprattutto libertà della donna/natura della donna.

Mi sembra che, ancora una volta, questo grandissimo autore ci permetta di stare ad un livello complesso, che è l’unico in grado di leggere la situazione globale che stiamo vivendo. Spero che tutti riusciremo a costruire, anche grazie a lui, nuove letture del reale.

Angela Demattè

 

In scena dal 12 al 17 luglio 2021 nella sala grande del Teatro Verdi inserito nella rassegna estiva OFF TOPIC.