Un altro processo a K

Se non fosse stato per il biografo Max Brod che, invece di bruciare i manoscritti come richiesto dall’amico Kafka, ha deciso di ricomporli secondo una propria interpretazione del disegno dell’opera, noi oggi non avremmo Il Processo, e saremmo orfani del primo e forse più famoso kafkismo dell’autore praghese. Kafkismo perché opera derivata e non certificata. Kafkismo perché processo subito dall’autore senza raggiungere il sollievo di una sentenza.

Partendo quindi dal presupposto che neppure Kafka conoscesse la sua opera per come la conosciamo noi, ho immaginato di cambiare prospettiva e ricostruire la vicenda del suo protagonista al giorno d’oggi.

Il Processo, interpretato di solito come romanzo di critica al paradosso burocratico, diventa per noi una commedia grottesca sul processo di trasformazione dell’essere umano da una condizione di aggressività e competitività coi propri simili, ad uno stato di lotta con se stesso, con l’immagine che ha di sé, con il proprio destino.

C’è poi un cambio di prospettiva rispetto alla versione originale del testo che ha debuttato nel 2012: con il cast dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni il protagonista, Josef K, diventa una donna. Fin dalla prima lettura abbiamo condiviso la curiosità di aggiornare il modello sociale che ha ispirato l’autore praghese, sostituendo la storia del dottor K, procuratore di banca maschio, con la parabola di Jolene K, una top manager in un mondo in fluido mutamento, in cui maschile e femminile sono equivalenti declinazioni di un potere che logora anche chi ce l’ha.

Jolene K si sveglia e scopre di essere in arresto. Nega il fatto e si tuffa nel lavoro e nel sesso, gli unici due habitat dai quali non teme sorprese. Ma il processo torna a bussare, ricordandole l’importanza della procedura, in un mondo di servizi remoti dove il saper digitare salva tutti dal saper pensare.

Tutto è procedura, fredda e puntuale, così efficiente da sembrare incomprensibile e pertanto inaccessibile. Fredda com’è freddo lo specchio in cui Jolene K è costretta a scegliere che cosa vedere. Costretta a definire la propria colpa, se di colpa si tratta, e a verificarne i presupposti. Kafka, nel suo possibile processo (pare che neanche il titolo fosse suo), pensava ad un uomo solo davanti alla legge. Ma quale legge?

Dovunque vada Jolene K incontra tipi umani che sembrano incarnare versioni peggiorate di se stessa, dovunque le ritorna addosso quello che lei stessa ha dato, dovunque le vie d’uscita sembrano sbarrate. Procedure, imputati, imputate e burocrazia, nati con Kafka, diventano allora dei reagenti da laboratorio ai quali la nostra protagonista cerca di strappare una verità finale, una scoperta definitiva che le restituisca se non l’innocenza, almeno il rispetto di sé stessa.

Bruno Fornasari

 

In scena il 17 e il 18 dicembre 2021 nella sala del Ridotto del Teatro Verdi di Padova.