I DUE GEMELLI VENEZIANI: diario di bordo
2^ puntata

Il testo: dai Due gemelli veneziani a Goldoni, e oltre

Testi che nascono dalla creazione teatrale e non solo per invenzione di un poeta. Autori che scrivono per determinati attori, a partire dal loro lavoro, e attori che “scrivono” assieme agli autori, offrendo le loro vite, i loro talenti, le proprie idee e proposte per ogni singolo spettacolo. Questo si nasconde dietro la riforma di Goldoni: qualcosa che non separa, ma unisce, forse anche più di prima, il mondo della letteratura e quello della scena. Teatro e libro, testo e spettacolo su questi orizzonti paiono finalmente tornare a ricongiungersi.

Ma a questo punto, nel nostro percorso, la questione è un’altra: com’è possibile far rivivere in uno spettacolo nuovo, oggi, un testo che è stato concepito in maniera così precisa assieme a certi interpreti, per e con quegli artisti e quelle persone che sarebbero andati a rappresentarlo? L’approccio di Valter Malosti, il suo lavoro di regia, il percorso di creazione che ha sviluppato insieme agli attori, forniscono molte risposte e possibilità a una simile domanda. Le andremo a ricercare osservando il processo artistico, facendo un passo indietro rispetto al lavoro delle prove: cominciando proprio dall’inizio di questo nuovo viaggio nell’opera goldoniana.

Il primo passo è quello dell’adattamento del testo originale, che il regista ha realizzato insieme ad Angela Demattè, drammaturga e attrice: è un passaggio-chiave in molti allestimenti contemporanei, soprattutto incentrati su testi classici, in cui si studia in profondità l’opera di partenza, il percorso dell’autore e il contesto in cui creava, appunto per poi adattarlo alle necessità del nuovo spettacolo che sta nascendo. Che vuol dire rielaborarlo per tutt’altra epoca – la nostra –, mettendo in dialogo usi, costumi, consuetudini (verbali, ritmiche, sociali); per attori diversi, con le loro caratteristiche e capacità; per la nuova produzione, e non da ultimo in rapporto specifica visione artistica che la determinerà.

In questo caso il lavoro di regia dunque parte da qui: dal testo stesso, tant’è che la pratica registica è stata anche vista come una “seconda creazione” (rispetto alla “prima”, quella propria dell’autore). Nel caso dei Due gemelli veneziani lo studio drammaturgico è stato meticoloso, filologico, profondissimo: andando a cercare, dentro e oltre il senso stretto delle parole della commedia, ulteriori spunti, indicazioni, prospettive, interrogando sia l’opera di Goldoni, sia il lavoro dei comici per i quali il dramma è stato scritto. Per Malosti si tratta di prendere il testo “alla lettera”, e al tempo stesso di renderlo nuovamente concreto, reale, dando sostanza, riscontro e contesto a battute e azioni, in modo che possano essere poi ancora una volta assunte nel corpo e nella voce dei nuovi attori che andranno a inscenarle. Così la commedia si apre a ulteriori fonti: per esempio, in questo caso accompagnano il percorso di ricerca ampi brani dei Mémoires, il romanzo autobiografico pubblicato dal poeta alla fine della sua esistenza – cui in in diversi punti il dramma pare far riferimento –, frammenti di altri testi goldoniani che hanno visto protagonisti i medesimi attori-personaggi, nonché un materiale importante e poco noto come i libretti d’opera creati dal poeta.

Ma non basta. Una rilettura drammaturgica dei Due gemelli pone questioni ulteriori fra la sua antica e la nuova messinscena: com’è possibile – si chiede per esempio il regista – che la morte di un personaggio-chiave avesse potuto suscitare, non tristezza, ma divertire il pubblico, come voleva l’autore, che considerava la scena «uno dei pezzi più ridicoli e nuovi della commedia»? La ricerca di fondo è sempre quella di un aggancio forte con la realtà, che sottragga il testo alla sintesi letteraria e all’astrazione dell’invenzione, per provare a restituirlo alla sua concreta materialità.

In questa fase del processo di adattamento, sempre a partire dall’opera del poeta e dalle sue riflessioni, fanno il proprio ingresso nuovi testi, anche di altri autori e pure non teatrali, che permettono di approfondire il dramma di partenza. Per fare solo un esempio rappresentativo: nel tentativo di avvicinare la particolare commistione fra tragedia e commedia alla base dei Due gemelli, è affiorata l’immagine – non presente nella commedia originaria – di un’altra celebre maschera del teatro italiano: Pulcinella, e con essa tutta la vitalità amara dei modi dello spettacolo comico e popolare che attraverso i secoli, in varie forme, è giunto fino a noi. Così, non solo è emerso un personaggio del tutto nuovo capace – come dirà in scena – di tenere assieme le due polarità del riso e del pianto, ma un intero universo, ampio e vario, di riferimenti drammaturgici altri che sono andati a costellare il testo intero: dai Clown di Federico Fellini, film-documentario sul microcosmo del circo, a un saggio del filosofo Giorgio Agamben sui Pulcinelli dipinti dai Tiepolo, passando per il mondo dei burattini di Pinocchio, fino ad arrivare a Emily Dickinson o Elias Canetti.

Non è solo questo il caso. Si potrebbe rimandare all’inconsueta asciuttezza dei personaggi femminili dei Due gemelli, in contrasto con le donne forti di norma al centro dell’opera goldoniana: ad essi è stato dato maggior respiro riprendendo altre commedie dell’autore, nonché attraverso un articolatissimo lavoro musicale. Oppure potremmo guardare alla complessità della trama della commedia, che intreccia almeno tre storie diverse con molteplici personaggi, collegati e non fra loro, e si chiude – fra tanta azione e innumerevoli colpi di scena – con un finale in dissolvenza a molte facce, che lascia la protagonista del dramma in un insolito silenzio; qui l’aggancio con la realtà, la ricerca delle motivazioni e prospettive concrete alla base dell’invenzione dell’autore è stata dispiegata mettendo il testo in dialogo con l’orizzonte del romanzo e in particolare con l’opera di Marivaux, a cui Goldoni già s’era ispirato.

Ci arriveremo. Per ora è importante illuminare questo passaggio iniziale: il procedimento di scrittura o riscrittura che si sviluppa a partire dal dramma originario, oggetto di un processo di “ampliamento” – in occasione di questo spettacolo durato praticamente un anno –, che è una tecnica abitualmente utilizzata da Malosti nel lavoro drammaturgico. Ma si tratta poi – spiega il regista – di tornare nuovamente al testo di partenza: tagliando parti, ricucendo battute e scene, sfrondando del superfluo, abbandonando in buona parte anche tutto il suggestivo patrimonio di testualità altre conquistate in questi avventurosi sconfinamenti. Praticamente nella versione definitiva della commedia che ascolteremo detta in scena, quasi non resta traccia di questi approfondimenti oltre I due gemelli veneziani, se non qualche frammento. A cosa sono serviti dunque? E dove possiamo ritrovare la forza, l’energia, le aperture di senso di cui sono portatori? La risposta ci porta ad affrontare l’altro punto-chiave del lavoro registico dopo questo primo confronto con la drammaturgia: una nuova “scrittura” ancora, che è quella propria del lavoro in scena con gli attori.

Comments are closed.