Con “Tempesta” la compagnia Aterballetto affronta una grande sfida sulla scena: mettere alla prova la danza e la sua capacità di raccontare storie e personaggi di una narrazione teatrale, garantendo una chiara leggibilità della vicenda ma creando anche momenti onirici e visioni di grande fascino. Il risultato è uno spettacolo che alle parole sostituisce il potere evocativo dei corpi in movimento restituendo un racconto che, come un prequel, inizia portando sulla scena tutto quello che nel testo viene detto ma non visto, dalla lotta fratricida tra Prospero, duca di Milano, e Antonio, aiutato dal re di Napoli, all’esilio del protagonista con la figlioletta Miranda a carico. Gli avvenimenti del passato raccontati nel testo di Shakespeare dal vecchio Prospero alla giovane Miranda diventano, dunque, l’io narrativo della danza. Tutto prenderà vita proprio da una tempesta, quella che, possiamo immaginare, ha portato padre e figlia a naufragare sull’isola, per poi ripercorrere la linea degli eventi delineata da Shakespeare, evidenziando alcuni nuclei tematici di forte profondità umana.
Una scelta che prova ad andare al cuore
di una delle invenzioni, pensate per la scena, più straordinarie di tutti i tempi.

note di Giuseppe Spota

Nello studiare il testo un’immagine mi ha condotto all’altra (come succede nella storia di Shakespeare, in un continuo effetto domino), dando la possibilità all’immaginazione di espandersi.
Una delle fascinazioni principali è stata quella dell’isola, dove un padre (Prospero) e una figlia (Miranda) trascorrono dodici anni insieme ad esseri non umani e lontani da ogni forma di civiltà. Proprio come in un viaggio, in ogni tappa il corpo e il movimento cambieranno e si evolveranno, attirando il pubblico dentro un mondo magico, al centro del quale si trova Calibano, servo di Prospero, legato a Miranda da un rapporto che si trasforma negli anni.