• 26 Aprile 2020 20:00
  • UNA STAGIONE SUL SOFÀ

    Il Nordest in tournée

     

    spettacolo in versione integrale

    ONLINE domenica 26 aprile, ore 20.00

     

    Lo spettacolo del 2013 Il tormento e l’estasi di Steve Jobs affronta temi attuali, addirittura antesignani alla luce del momento che stiamo vivendo.

    Scritto da Mike Daisey e adattato in italiano da Enrico Luttmann, lo spettacolo è stato affidato alla regia di Giampiero Solari e all’interpretazione di Fulvio Falzarano.

    Il monologo trae ispirazione dal personaggio di Steve Jobs: un’icona del XXI secolo. Il suo ingegno ha cambiato il mondo, nessuno è rimasto escluso nella nostra civiltà dall’estetica e dagli agi della sua tecnologia. Di più: la sua utopia è stata determinante nell’immaginario collettivo. Basta pensare al suo celebre discorso agli allievi della Stanford University: «Siate affamati. Siate folli» esortazioni a non omologarsi, ad osare, che dal 2005 continuano a rimbalzare sul web.

    Come accade sempre per figure tanto straordinarie, anche quella di Jobs, e ancor più della sua Apple, presenta però lati oscuri e Mike Daisey, coraggioso drammaturgo americano, li evidenzia attraverso un tipo di teatro che si fa strumento di discussione viva e che ha suscitato notevoli reazioni polemiche: la Apple ha dovuto fare delle precisazioni dopo le prime repliche dello spettacolo negli Stati Uniti, ma anche Daisey si è visto costretto a dare conto di alcune sue interpretazioni artistiche non proprio rispondenti al vero, tanto che il suo testo è stato più volte aggiornato e dettagliato.

    Giampiero Solari, regista attento al contemporaneo e alla commistione dei linguaggi che alterna un’intensa attività teatrale a quella di autore e regista televisivo di notevolissimo successo, ha dato forma scenica al progetto per i palcoscenici italiani precedendo di poco l’uscita del film biografico su Jobs di Joshua Michael Stern, con Ashton Kutcher.

    Al carisma di Fulvio Falzarano il compito di farsi tramite sulla scena delle riflessioni di Daisey, che intreccia la luminosa epopea di Jobs alla rivelazione del profilo inquietante e taciuto del prezzo pagato per quella tecnologia che ha cambiato il mondo.

    Il regista e l’attore hanno lavorato proprio sull’equilibrio non scontato fra la condivisibile ammirazione per Jobs e Apple e la necessità di conoscerne anche i lati discutibili. «Il teatro non giudica» sostiene Solari «ma offre sulla realtà un diverso, importante punto di vista».

    Mike Daisey è un vero adepto del culto di Mac: possiede iPad, computer, iPhone. Proprio in un nuovo esemplare di uno di questi strumenti è contenuta la foto da cui tutto inizia. La foto è lì per caso, per errore e raffigura un capannone industriale, per certi versi inquietante. Tanto basta per suggerire a Daisey qualche indagine.

    Così Daisey inizia ripercorrendo entusiasta i traguardi di Jobs ed esternando le sue (e nostre) smanie per ogni nuova creazione con la mela. «Steve è stato bravissimo» scrive l’autore «ci ha costretto ad aver bisogno di cose che non sospettavamo nemmeno di volere». Però la sua utopia ci ha fatto anche sognare, le sue parole rivolte agli allievi della Stanford University nel 2005 «Siate affamati. Siate folli» ci incitano ancora oggi a volare alto, a credere in un futuro costruito pensando al bene dell’uomo, a circondarlo di bellezza, libertà e funzionalità.

    Ma c’è quell’immagine, in fondo all’iPhone: c’è Shenzen. Il lato oscuro di quella bianchissima tecnologia stride violentemente con l’immagine di libertà e purezza che Jobs ha legato ai suoi oggetti tecnologici.

    L’autore indaga, si reca in Cina e scopre che l’assemblaggio dei nostri preziosi computer avviene in fabbriche dove non esistono tutela né diritti degli operai o meglio, esisterebbero ma non vengono applicati, dove piccole mani di dodicenni puliscono i vetri degli iPhone con una sostanza tossica che provoca un invalidante tremore. 430.000 operai non sono altro che un ingranaggio umano destinato a produrre profitto, tanto che il problema dei suicidi dei lavoratori quando non è stato ignorato è stato risolto cinicamente installando reti sotto i capannoni.

    La Apple ci ha illuso? Può non essere consapevole del lato oscuro?

    Il tema è comunque di stringente, vivissima attualità: casualmente proprio in concomitanza con l’esordio italiano dello spettacolo, gli operai di Shenzen hanno fatto sentire le loro voci, ma lo sfruttamento prosegue e non solo in ambito di tecnologia e non solo sul territorio cinese.