Il piano B è quello che bisogna prendere in considerazione quando fallisce il piano A. Quando un fallimento, un cambiamento di circostanze, eventi della vita, fanno sì che quello che avevamo programmato per noi stessi (o che stavamo realizzando) non si può più realizzare: e allora, cosa facciamo?

È possibile avere un piano B nel decidere il proprio percorso di studio («se non passo il test di medicina, proverò il test per psicologia»), la città dove vivere («provo a stare sei mesi a Milano, se costa troppo torno a vivere in Veneto»), le relazioni («avrei voluto stare con lei, ma non mi ha voluto. D’altra parte, c’è questa altra persona a cui piaccio…»). Per qualcuno è sinonimo di sicurezza («vorrei fare l’artista, ma prima preferisco prendere una laurea in economia»); per qualcuno è un intralcio psicologico («se non sento che sto dedicando tutte le mie energie su questo, non ce la farò mai»). Per qualcuno è una domanda che non si è semplicemente mai posta: il piano A non ha mai smesso di funzionare.

Eppure, in questo anno di profondi cambiamenti e crisi, in cui molti progetti di vita e lavoro hanno subito battute d’arresto, cambiamenti, fino ad arrivare a scomparire, la domanda è emersa per molti di noi: qual è il nostro piano B? Senza il nostro lavoro, senza il nostro negozio, cosa faremo? Senza i nostri teatri, noi che viviamo di teatro, come vivremo?

La pandemia ha segnato una frattura nelle biografie di tutti contemporaneamente: ha costretto a mettere in discussione non solo un percorso di vita, ma il proprio self: se non possiamo più essere quello che eravamo, chi siamo? Questo succede nei grandi shock della vita: una perdita, un licenziamento, un lutto, una malattia, un incidente che non ci rende più in grado di fare/essere quello che facevamo/eravamo, innesca un processo di elaborazione che può essere lungo e difficile, ma inevitabile se non si vuole restare ancorati a un passato che non tornerà più. La pandemia ha moltiplicato in modo esponenziale questi tipi di fratture.

Il piano B inizia con l’accettazione (difficile, dolorosa) del nuovo stato di cose, e può forse portare a scoprirne di nuove: incontrare nuove persone, scoprire nuove passioni, talenti, abilità. Il tipo di atteggiamento attivo verso il cambiamento che chiamiamo resilienza, che stiamo imparando a chiamare capacità di reinventarsi.

Ma per fare tutto questo c’è bisogno di tempo: questa serie racconta questo tempo.

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