• 2 Dicembre 2022 17:00
  • 3 Dicembre 2022 17:00

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino

 

Note di regia

di Giorgio Sangati

Se c’è un mito che non ha mai smesso di accompagnare l’umanità è proprio quello di Edipo. La vicenda dell’uomo (dai piedi gonfi) che ha ucciso il padre e si è sposato con la madre non ha mai smesso di interrogarci sulla possibilità dell’uomo di sottrarsi al suo destino, al fato, al caso.

Le varianti non si contano a partire dal modello tragico dell’Edipo re di Sofocle, passando per Seneca, Corneille, Dryden e Lee, Voltaire, von Hoffmansthal, Yeats, Gide, Eliot, Mann fino ad arrivare a Pasolini, Anouhill, Testori e Berkoff.

Ma è stato senza dubbio Freud all’inizio del secolo scorso a riportare questo mito al centro della riflessione culturale scegliendo il percorso di Edipo come paradigma della psicanalisi, che porta il paziente alla conoscenza di se stesso attraverso la consapevolezza profonda (e dolorosa) della propria storia.

In questo panorama La macchina infernale di Cocteau del 1932 si rivela una delle rielaborazioni più riuscite. L’eclettico autore francese mostra senz’altro di aver recepito la lezione freudiana, ma anche la rivoluzione surrealista dell’automatismo psichico, così come di conoscere perfettamente il modello greco. Ne risulta un testo atemporale, percorso da un’ironia graffiante, che approda alla tragedia attraverso la farsa. Moltissime le invenzioni: dagli spunti shakespeariani della scena d’apertura con tanto di spettro del padre Laio, all’idea di una Sfinge incarnatasi in una ragazzina e accompagnata dal dio Anubi dalla testa di sciacallo, all’esplosione del coro in un’umanità fatta di soldati insofferenti, ubriaconi e massaie complottiste.

E poi c’è la politica, l’Europa alla vigilia dell’ascesa al potere di Hitler e l’illusione che un uomo forte possa salvare l’umanità dal caos in cui sembra essere precipitata.

E forse sta qui il punto di maggiore interesse per il pubblico di oggi: l’Edipo nietzschiano di Cocteau non dubita mai della sua capacità di risolvere i problemi, di risolverli razionalmente e all’istante, è malato di presente e precipita (insieme con il suo popolo) in un futuro tragico proprio perché ignora il suo passato (profondo). Vorrebbe essere il più felice degli uomini ma non ci riesce perché non sa amare (che se stesso) non avendo ricevuto amore dalla madre Giocasta che, a sua volta, sopravvive tra gli incubi nel tormento del senso di colpa di aver ucciso il figlio. Si ritroveranno amanti in un rapporto di dipendenza asimmetrico (e complementare) per tentare di colmare due vuoti inevitabilmente incolmabili.

La peste che attanaglia Tebe (come aveva colpito l’Atene di Tucidide) si manifesta allora come un riflesso sociale e antropologico dell’incapacità dell’individuo di allargare lo sguardo.

Ma al termine del viaggio Edipo, guidato dalla saggezza crudele di Tiresia più che dalla concretezza politica di Creonte, arriverà a vedersi (a vedere) e proprio per questo si accecherà: la realtà non è quella che si vede con gli occhi (come diceva anche Shakespeare per l’appunto): «solo attraverso la sofferenza si può arrivare alla conoscenza», per citare Jung.

Cocteau ci costringe ad essere spettatori di una “macchina”, un meccanismo inarrestabile perché non ci può essere empatia, né compassione nella vendetta a cui ci condanniamo da soli tutte le volte che, macchiandoci di hybris, abbiamo la presunzione di essere padroni della nostra vita e di quella degli altri. Una macchina “infernale” perché – scrive Calvino – «l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.»

Ma, sempre Calvino: «Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»

La scena allora non può che essere una lugubre sala delle torture metafisica e postmoderna, in bilico tra un passato esotico e un futuro prossimo distopico.

Per gli allievi e le allieve del terzo anno dell’Accademia una prova del fuoco con una materia incandescente che non smetterà mai di metterci in discussione perché è all’origine stessa del teatro.

 

i biglietti

posto unico 5,00 €

Teatro Verdi

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Richiesta informazioni info@teatrostabileveneto.it
Orario di biglietteria martedì > Sabato, ore 10.00 > 13.00 – 15.00 > 18.30

domenica e lunedì chiuso

domeniche e lunedì con spettacolo la biglietteria parte 1 ora prima dello spettacolo

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Via dei Livello 32 - Padova - 35139 - Italia