• 6 Novembre 2019 20:45

Si rinnova la collaborazione tra il Teatro Stabile del Veneto e l’Orchestra di Padova e del Veneto grazie a questa serata di musica e parole legata ad un progetto di alto valore civile. E’il mese di ottobre del 2018 quando la tempesta “Vaia” devasta le Alpi orientali spazzando via 16 milioni di alberi, che, messi in fila uno dopo l’altro, coprirebbero grosso modo la distanza che ci separa dalla luna. Lo scrittore Matteo Righetto, ricostruisce con precisione i fatti in una sorta di delicatissimo requiem per una montagna violentata e abbandonata. Un racconto corale che ci fa rivivere senza retorica l’orrore di quei giorni attraverso lo sguardo degli abitanti delle vallate bellunesi: il muratore Silvestro, Paolo, un giovane studente e la vecchissima Agata. Il regista Giorgio Sangati affida all’ironia e all’umanità di Andrea Pennacchi il racconto di questo immane disastro naturale, creando una narrazione a più voci che ci ricorda quanto sia fragile il pianeta in cui viviamo. La parte musicale è affidata alle musiche originali di Giorgio Gobbo e Carlo Carcano che ne hanno curato anche la drammaturgia.

 

Note di regia
Fine ottobre 2018, la tempesta “Vaia” devasta le Alpi orientali spazzando via 16 milioni di alberi, che, messi in fila uno dopo l’altro, coprirebbero grosso modo la distanza che ci separa dalla luna. Matteo Righetto, ricostruisce con precisione i fatti in una sorta didelicatissimo requiem per una montagna violentata e abbandonata. E’ un racconto corale che ci fa rivivere senza retorica l’orrore di quei giorni attraverso lo sguardo degli abitanti delle vallate bellunesi: il muratore Silvestro, Paolo, un giovane studente e la vecchissima Agata. A dare voce e corpo ai protagonisti di questa storia il talento di Andrea Pennacchi, con la sua ironia e la sua umanità, accompagnato dalle musiche evocative di Giorgio Gobbo alla chitarra. Se l’attualità del testo è evidente lo spettacolo ci porta a riflettere più in generale sul nostro rapporto con la natura, un legame spezzato ormai da tempo, che ci conviene recuperare se non vogliamo distruggere il nostro stesso futuro.

 

Giorgio Sangati

 

Nota al testo
Da qui alla luna è stato pensato e scritto immediatamente dopo il disastro ambientale che alla fine di ottobre del 2018 ha colpito le Alpi nord orientali. Tale evento catastrofico, che è riuscito a vincere la millenaria resilienza delle nostre conifere, ha suscitato nella sensibilità dell’autore il desiderio di raccontare, attraverso un intreccio drammaturgico sviluppato in tre monologhi, un tema urgente e improcrastinabile, quello del cambiamenti climatici. “Le immagini sepolcrali di quell’infinità di alberi schiantati al suolo, stesi come cadaveri, si sono fissate nei mie occhi e lì rimarranno per anni”, ha affermato Righetto. Il risultato è un testo potente che, tra teatro civile e teatro di narrazione, tra drammaticità e ironia, scava negli animi umani di chi tale tragedia l’ha vissuta a proprie spese, con la consapevolezza che dopo quel fatto niente sarà più come prima. Né lassù, né altrove. Perché il collasso climatico riguarda tutti, è un problema globale che colpisce però localmente, ovunque. Per decenni quei boschi non esisteranno più, insieme a una parte del nostro vissuto, della nostra memoria, della nostra storia individuale e collettiva. Perché potremmo anche misurare tale disastro in metri cubi di legna, in ettari e in tonnellate, ma tutto ciò non avrebbe senso, perché la realtà è che da quella notte di fine ottobre abbiamo paradossalmente perso tutti una parte della nostra anima. Sin dagli albori della civiltà infatti, la storia dell’uomo si è sempre intrecciata con quella dei boschi e delle foreste in una sorta di dialogo ecologico costante ed eterno. E per l’autore, a cento anni esatti dalla fine della Grande Guerra, quegli abeti divelti e schiantati rappresentano i caduti di un nuovo conflitto mondiale: una guerra “ambientale” che dimostra quanto la montagna, la nostra montagna apparentemente inscalfibile, sia in verità fragile ed esposta ai peggiori pericoli, esattamente come l’uomo contemporaneo che tuttavia si crede invincibile. Come se quegli abeti rossi fossimo noi. Uno a uno. Atterrati e stesi per sempre.

 

Matteo Righetto

 

 

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