Il teatro di Ruzante è liberatorio, surreale e senza censura, un teatro umano perché la donna e l’uomo vengono presentati senza filtri in un mondo ridotto ai minimi termini. È un mondo “roesso”, un mondo alla rovescia, fatto di miseria, disparità, guerre e infinti altri oltraggi allo “snaturale”, cioè a quello che Beolco cinque secoli fa individuava come naturale punto d’incontro tra natura e uomo. Un mondo che, però, ricorda il nostro, in cui in molti cercano di sopravvivere, prima ancora di chiedersi come vivere. Cancaro alla roba perché è proprio la roba, il denaro, a ostacolare l’amore, l’unione e il piacere, specie dei più poveri, degli ultimi. In scena Ruzante e la Gnua, l’uomo e la donna, poli opposti e complementari, nel loro infinito, disperato ed esilarante repingersi e rincorrersi senza fine: litigi, anomale dichiarazioni d‘amore, fraintendimenti, inganni e scherzi. Protagonista è naturalmente il pavano, vera e propria lingua teatrale che si fa corpo, adattata alla comprensibilità del pubblico di oggi ma senza perderne la ricchezza lessicale e sonora, la follia creativa. L’alto si fonde con il basso, il colto con il popolare, si ride e ci si commuove, di volta in volta, come solo con i grandi autori succede.