Anna Garbo, poeta di Padova e studentessa del corso di laurea magistrale in “Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale” durante i mesi di prove al Teatro Maddalene è entrata in questo laboratorio creativo e ha catturato in un vero e proprio diario di bordo dinamiche e sentimenti di quanto stava accadendo. Questi stralci nascono dal lavoro che Anna sta facendo per la sua tesi di laurea con la supervisione della prof.ssa Cristina Grazioli. Mentre la data del debutto si avvicina vi portiamo indietro nel tempo per assaporare la nascita e l’evoluzione di questo spettacolo.

I primi incontri tra regista e attori avvengono online. Piccoli schermi, uno di fianco all’altro. Piccole gabbie dove ciascuno si interroga sulla tripartizione tra persona, personaggio e attore. La perdita di orientamento è palpabile, anche se inodore e insapore. Curioso che in tempi di epidemia mondiale si parli di pensiero parassita. Curioso che si parli di bagaglio costruito attraverso l’esperienza attoriale degli altri in tempi di confinamento. Come a sottolineare la volontà di rimanere ancorati al pensiero di una collettività viva e il desiderio di tornare a fare le valigie e mischiarsi nello stesso vagone. Nei binari il discorso politico scorre tra partenze, ripartenze, arrivi in sintonia col pensiero del regista.
Appena possibile si approda in teatro. Posti fissi. Ognuno ha la sua poltroncina e per il momento non ci si muove da lì. Il palco del Teatro delle Maddalene è affollato da un vuoto duro da scalfire. La parola apre all’azione. Questo crea uno sfondamento all’isolamento. Cominciamo. La pedana risuona i primi passi, rimbalzano le prime voci, l’ambiente si scalda immediatamente al solo spostare lo sguardo sul palco e incrociandolo con chi ora ci sta. L’energia corre, l’aria si infiamma, il respiro si calma: ci relazioniamo con l’Altro.

Si inizia a costruire il Paradiso di Fabrizio Sinisi.

«Viviamo nell’illusione che questo sia il mondo e che non ci sia più un fuori»

Difficile collocare la distopia, se dentro o fuori dal palco.
Fabrizio Sinisi in un’intervista dice: «Quello che mi interessa è usare il teatro per far affiorare la natura epica, religiosa, misterica della realtà» e questa sembra la chiave d’accesso per il suo Paradiso. L’ambientazione futuristica immaginata da Sinisi si avvicina paurosamente al reale, così che gli attori sembrano accollarsi il peso di una parola vicina al vero. Col passare del tempo le scene prendono polpa, volume, perché lo spazio viene amplificato dalla definizione delle battute, dalla maggiore presenza degli attori in scena, dalla maggiore aderenza al testo.
Sinisi come un sarto arriva ad apportare modifiche a fianco del regista, dopo aver assistito alla messinscena di oltre tre ore di montato. Arcuri è un perfetto mediatore, arduo è il lavoro di allineamento tra scrittura e scena. Fabrizio Arcuri: «L’unico modo di lavorare è questo. Far vedere al drammaturgo la scena in modo che si renda conto dove la scrittura può aprirsi e quindi dove poter intervenire.»
Costruire un paradiso senza spezzare il desiderio altrui sembra impossibile. «Rendimi felice» tuona come un imperativo. Tutto finisce come era iniziato, in un inquietante loop allucinatorio in cui «niente è perso, possiamo ricrearlo di nuovo.»

L’Inferno si apre cautamente come Dante, nel mezzo della strada della vita. Poi è un crescendo di tensione. I primi frammenti scritti da Fausto Paravidino, appaiono sul palco, come un banchetto della crudeltà. I peggiori mali del contemporaneo vengono rappresentati animandosi uno dopo l’altro attorno a una tavola. Alcune battute sembrano riverberare come in un sogno a cui assistiamo, fatto di pezzi di un reale vissuto in prima persona. Siamo presi dalla stessa angoscia che colpisce la protagonista. Al frammento #13, nel modo più umano possibile si parla di violenza sulle donne. Inevitabile all’inferno. La descrizione di meccanismi così semplici da intendere, sempre uguali, eppure così apparentemente impossibili da scardinare. Nel Frammento #15, un vortice a spirale descrive il girone infernale del marketing aziendale. Il movimento in scena è frenetico, gli attori si muovono compatti per seguire ciò che dice il Capo, assoggettato al luogo comune. Se il finale del Paradiso sembra non lasciare vie di fuga, l’Inferno lascia un’apertura, un possibile riconciliamento con noi stessi.

Anche il Purgatorio di Letizia Russo prende forma. Scorre tutto d’un fiato dall’inizio alla fine. Due donne all’interno di un’auto. Due sorelle. Una è lo spettro di una combattente per la libertà. L’altra è la sopravvissuta, quella che non ha voluto essere parte attiva del conflitto. Ora deve lasciare andare le ceneri del passato che torna come scena che si ripete all’infinito. Il coinvolgimento emotivo è massimo. Si prova all’aperto, dentro un’auto parcheggiata fuori dal teatro. Nonostante i rumori della strada, la prova attoriale tiene l’attenzione sempre viva. Al copione è stata aggiunta una scena finale su richiesta del regista, con l’intenzione di far emergere la condizione dell’intellettuale nel mondo contemporaneo. Entrano in scena due sciacalli che portano via tutto quello che possono dal cadavere della donna morta, ma che si accorgono infine della bellezza, la cui voce non si perderà, ma perdurerà nel tempo. Si fa viva l’istanza politica, ovvero l’emergenza di inscrivere il contemporaneo all’interno della scrittura scenica. Il Purgatorio appare come il tempo che non sembra mai finire, il tempo dell’indecisione, il tempo delle cose che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto.

Le musiche prendono letteralmente corpo all’interno del Trittico dantesco, attraverso la presenza in scena dei musicisti Giulio Favero e Marcello Batelli. Una vera e propria performance attoriale che prende vita in un Inferno e in un Paradiso. Gli strumenti musicali coinvolti sono numerosi, tra cui una sega, suonata da Marcello durante la quinta scena del Paradiso, il cui suono suggestivo si sposa perfettamente con il dialogo intimo tra Dante e Beatrice. Per Giulio “la difficoltà più grande è nel dover unire dei movimenti programmati alla performance dal vivo, cosa che di solito non avviene durante un concerto dove i movimenti sono liberi e nascono dall’energia del momento”. Alle prove generali di un Inferno, i musicisti appaiono come demoni, le musiche sono voce viva, recitano la loro parte, inglobandosi con la scena.

Sia le scene che i costumi hanno preso corpo dall’immaginario di Fabrizio Arcuri. La costumista, Lauretta Salvagnin, racconta che nel percorso tra un Inferno e un Paradiso “si passa dall’immagine dell’uomo comune a quella di un mondo surreale, onirico”, fatto di maschere grottesche e abiti scintillanti. Gli attori sono coinvolti, soprattutto nella terza cantica in numerosi cambi costume e la loro bravura sta nel conferire a ognuno di essi un carattere unico. Le maschere di un Inferno sono state realizzate dalla costumista, diventando così piccoli oggetti d’arte.
Gli oggetti di scena arrivano un po’ alla volta. Barelle, una tenda da campeggio, un canotto, grandi scaffali. In questa particolare realizzazione scenica non c’è una vera e propria scenografia. Lo scenografo, Alberto Nonnato, descrive Paradiso e Inferno come “due grandi scatole, una bianca e una nera” dove gli oggetti “accadono”, prendono vita e si muovono grazie agli attori e agli aiuto registi, coinvolti durante tutto lo spettacolo nei vari cambi scena. Gli scaffali presenti nel paradiso, accolgono oggetti d’arte realizzati con la collaborazione degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Venezia. In un purgatorio, dove la messinscena è più cinematografica, sono presenti solo un’auto (ndr prestata da Motus) e un fondale su cui vengono proiettate immagini in movimento. L’impatto visivo è davvero grandioso, il lavoro dietro le quinte enorme, come l’attesa per il debutto.

L’ora del debutto si avvicina, il vento di oggi ha lasciato spazio a un’aria tiepida. All’entrata tutto è pronto per accogliere il nuovo spettacolo, il primo di questa stagione passata nell’attesa di fare parte ancora di una comunità che nel teatro scrive la sua storia. L’aria spettrale di un Inferno, piano piano si fa spazio con il fumo di scena, è lo specchio della platea, dei suoi posti vuoti. Le poche persone che possono assistere allo spettacolo, distanziate tra loro, non sentono il riverbero dei loro vicini, il riverbero che scaturisce dal sedimentarsi delle battute, dallo scuotersi del racconto, dalle luci che abbagliano. C’è una tensione dura da scalfire, come d’acciaio, sembra non muoversi. È una tensione viva, porta con sé una grande attesa tenuta dentro in tutti questi giorni, questi mesi. Attesa contemplata nel silenzio di un avvenimento che ha tutta l’aria di una cerimonia. Non c’è la spensieratezza di uno spettacolo in agenda insieme a altri di una stagione, di un’uscita come tante altre… c’è la consapevolezza di qualcosa che ti è stato tolto e che ora torna a vivere: un desiderio. L’angoscia, l’ironia, la rabbia attraversano il teatro e colpiscono lo spettatore che all’uscita porta con sé un piccolo bagaglio di emozioni. La strada del ritorno incita ora a riveder le stelle.