• 24 novembre 2005 11:07
  • Coprodotto dal Teatro Stabile di Genova e dal Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni, Urfaust inaugurerà al Duse lo sua stagione invernale dopo la prima rappresentazione ufficiale avvenuta a luglio nel festival estivo di Borgio Verezzi, dove lo spettacolo è stato calorosamente applaudito dal pubblico e giudi­cato dalla critica «molto bello e avvincente, che mostra di che lacrime grondi il mito, oggi banalizzato, dell’eterna giovinezza» (II Secolo XIX) e «una creazione di grande impatto visivo che ha offerto al pubblico un intenso godimento» (Corriere Mercantile).
    Diretto da Andrea Liberovici che ne ha curato anche le musiche, Urfaust è interpretato da Ugo Pagliai (Faust), Paola Gassman (Marta), Ivan Castiglione (Mefistofele) e dall’esordiente Kati Markkanen (Margherita); le scene sono di Paolo Giacchero, i costumi di Silvia Aymonino e le luci di Sandro Sussi.
    Costruito in un mix di prosa, musica e apporti multimediali, Urfaust si propone come una originale forma di teatro in cui la parola (il testo originale di Goethe), il suono (le voci amplificate e i molti contributi musicali: da Gounod a Beethoven e Mahler) e le immagini video (ora registrate e ora in presa diretta) assumono uguale dignità nella costruzione e nella trasmissione del senso, facendo rivivere in modo molto personale il romanticissimo sogno tedesco del giovane Goethe, nel rispetto fondamentale della poetica forza del suo assunto narrativo e della sua affascinante struttura teatrale.
    Urfaust è la prima stesura del celeberrimo Faust di Goethe, di cui il suffisso “Ur” sta in tedesco per “originario”, “primigenio”. Quella che vi si narra è la vicenda ampiamente nota del sapiente Faust che, giunto alla matu­rità, si rende sempre più conto dell’astrattezza della scienza e sogna la ricon­quista della gioventù, ottenendola da Mefistofele, da lui evocato per magia. Inizia così il suo frenetico viaggio nelle gioie del mondo fisico e nella corrobo­rante esperienza della vita, sintetizzata nel candore di Margherita, che egli trascina verso lo rovina sotto lo sguardo divertito di Mefistofele e con l’inte­ressata complicità di Marta. Capolavoro della cultura occidentale, Faust ha accompagnato tutta la vita di Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), che alla sua stesura ritornò più volte dai suoi vent’anni sino alla morte, dai furori appassionati dello “Sturm und Drang” alla consapevole ricerca dell’armonia classica.
    Dice Andrea Liberovici “Da uomo laico non ho mai creduto al diavolo.
    Credo invece nell’incognita che può distruggere e trasformare le nostre “passioni” e convinzioni legata al mistero del vivere che cerchiamo costantemente di rimuo­vere o sondare attraverso la logica. Questa incognita che, a seconda di come siamo fatti, si manifesta ad un certo punto della nostra vita, questo appuntamento a cui sappiamo di dover recarci prima o poi, altro non è che un appuntamento con la parte di noi stessi meno conosciuta. Per questa ragione Mefistofele, nella mia idea è il doppio di Faust.”

    COMPRARSI LA GIOVINEZZA
    conversazione con Andrea Liberovici

    Come è nato questo tuo Urfaust?
    Quando ho iniziato a progettare lo spettacolo, mi sono messo subito a leggere molte cose intorno al testo e al suo autore, ma poi – come del resto faccio sempre ­ ho lasciato che le idee sedimentassero in suoni e immagini. Definito il contenitore teatrale come uno spazio vuoto, vagamente scespiriano, sono così emersi nella mia mente soprattutto due oggetti (che sono poi gli unici presenti sul palcoscenico): ovvero, il cofanetto con i gioielli e il mazzo di margherite. Se il primo mi è sembra­ to essere il segno in cui sintetizzare la cultura, la ragione e il capitale, cioè tutto ciò che muovendo da un processo intellettuale diventa poi struttura socio-economica; il secondo mi è parso funzionale a parlare della natura, con tutto quanto a questa può essere ricondotto: l’amore, gli impulsi, la fantasia.

    Che relazione hanno questi oggetti con l’opera di Goethe?
    Oltre a esservi concretamente presenti nel racconto, credo che vi abbiano anche una forte valenza metaforica, poiché mi sembra che al centro della riflessione arti­ stica di Goethe stia sempre il conflitto tra la ragione, attraverso la quale gli uomini creano il proprio demone, e la natura, nella sua logica precisa e inafferrabile. Quegli oggetti, comunque, mi sono teatralmente serviti come segni precisi per avviare il percorso lungo il quale ho iniziato poi a dedurre la realtà teatrale dei personaggi. Iniziamo da Faust: chi è e che cosa vuole costui nel vostro spettacolo?
    Alla base della scelte fatte, sta la decisione che la giovinezza richiesta da Faust a Mefistofele sia quella dell’anima e non del corpo. Mi è sembrato infatti legit­ timo leggere in Goethe che Faust, anche quando diventa giovane, continua a parlare come un uomo anziano che attraverso la cultura sa interpretare tutti i segni che gli offre l’amore. E in questo sta insieme la sua gioia e la sua dispera­ zione. Nessun lifting teatrale o tanto meno nessuna sostituzione d’interprete (prima vecchio e poi giovane, come sovente si usa fare nel rappresentare il Faust), perché quella che soprattutto mi interessa raccontare è la storia di un uomo di mezza età, dedito sino allora allo studio, che scopre la giovinezza attraverso lo specchio di Mefistofele, suo alter ego, dal quale emergono zone di sé che egli non aveva mai incontrato. Faust scopre di aver sempre confuso la sapienza con la felicità, il cofanetto con le margherite, e pertanto vuole ora viverne autenticamente la sintesi.

    Ma perché fallisce nel suo intento?
    Innamorandosi di Margherita, cioè del candore naturale e dell’ingenuità della gio­ vinezza che aveva sino allora rimosso, Faust finisce col trovarsi inesorabilmente fuori natura, e da uomo intelligente qual è ben presto se ne accorge. Questa disar­ monia è la sua tragedia; e se Faust giunge a uccidere Margherita è proprio perché la sua ragione si rivela assolutamente disarmonica rispetto a quell’amore.
    In Goethe, però, tutto ciò avviene nel contesto di una forte riflessione teologica. Più nel Faust che nell’Urfaust, comunque; anche se è vero che la nostra rappresen­ tazione non parla di teologia o lo fa solo in una forma molto mediata.

    Cioè?
    Interrogandomi sul senso della divinità oggi, mi è parso di individuarla soprattutto nella visione. Da qui nasce la struttura dello spettacolo in cui l’immagine tecnologi­ ca non è mai solo illustrazione del dato, ma tende ad assumere una funzione nar­ rativa essenziale, facendo parte integrante del racconto. L’occhio del “Dio” con­ temporaneo, una telecamera live in scena, riprenderà come un reality, la morte di Margherita, ovvero la morte del candore.

    Questo è valido anche per lo musica?
    In un certo senso credo di sì, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzazione di temi musicali classici (Berlioz, Gounod, Beethoven, Mahler, ecc.) che metto in scena in funzione prevalentemente melò e in contrapposizione con le motiva­ zioni molto concrete e alle battute terrigne pronunciate da Faust e dagli altri personaggi.

    Qual è lo componente teatrale portante di Mefistofele?
    Moltiplicandosi nelle voci dei personaggi che evoca e imita, Mefistofele dà forma concreta all’intuizione originale di Goethe, che vide per la prima volta il Faust rap­ presentato dal teatro delle marionette. Tutto il nostro spettacolo è pensato come una possibilità di “pupperspiele” visto dagli occhi di un bambino, non solo per le tante marionette che sono in scena, ma soprattutto perché per mediazione storica queste finiscono con l’avere la stessa funzione che oggi ha il video: sono forme sin­ tetiche che, proprio come il video, hanno tra l’altro la caratteristica di sopravvivere a chi le hanno create.

    Che funzione ha Marta in tutta questa storia?
    Se il tema centrale dello spettacolo è il viaggio di Faust (e del suo doppio) all’inter­ no della conoscenza di sé e alla ricerca di una impossibile innocenza perduta (la distruzione di Margherita), Marta vi svolge di fatto il ruolo del senso della realtà:
    Marta è l’altro, è la vita nella sua concretezza. l anche un Faust carnale?
    Marta è insieme Faust e Mefistofele: tenta ed è tentata, è l’essere umano che vive senza squilibri. È l’ago della bilancia esistenziale.

    Che cosa ti piacerebbe si portasse a casa lo spettatore del tuo Urfaust?
    In sintesi, il dramma della modernità. Faust rimuove la vita attraverso la cultura, come altri lo fanno oggi con la televisione. Ma a lui, come a tutti noi, capita il momento con cui fare i conti con la realtà. Un incidente, l’incontro con Mefistofele, e tutto cambia. In una società tendenzialmente anestetizzata, la rivelazione di questa possibilità di incidente, tipica del teatro, diventa subito un fatto innovativo. Ecco, mi piacerebbe che lo spettatore si portasse a casa la domanda di quanto Faust sia in lui e nel suo modo di vivere, quanto la natura (Margherita) sia lontana dai suoi ritmi esistenziali. Sarebbe un grande risultato, un modo per dare senso al nostro fare teatro.

    A CURA DI ALDO VIGANÒ

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