• 19 novembre 2010 17:54
  • Anni fa, durante una tournée in Canada con i suoi Cats, Duke Ellington scopre Shakespeare. Quello che colpisce uno dei più grandi inventori di jazz è il fatto che, nei drammi scespiriani tra morti e assassini, vincitori e vinti, amanti e amati, su tutto aleggia uno spirito di grande leggerezza ed energia. In scena con Shakespeare, è vero, si muore, ma ci si rialza subito, più vivi di prima. Duke e i suoi solisti sono lì, ogni sera, ad applaudire e giocare. Nascono così 9 suites – Such sweet thunder – di grande bellezza che testimoniano l’incontro tra l’albero del jazz (tanti rami, uno diverso dall’altro) e l’albero di Shakespeare (tanti rami, uno diverso dall’altro). Anzi secondo Duke l’albero è uno solo, come dire che il Bardo scrive su ritmi cui il jazz può fare da complice espressivo. Amleto, Otello, Cleopatra, Romeo e Giulietta, e tutti gli altri: Giorgio Albertazzi li mette in scena per il Teatro Olimpico con una giovane partner e un solista jazz. Una féerie con il sapore del sogno di una notte d’estate: i balconi, i templi solenni, i musici, i personaggi appaiono e dileguano nella notte, in un così dolce tuono.