• 26 novembre 1996 16:38
  • Se no i xe mati no li volemo è senza dubbio il capolavoro teatrale di Gino Rocca.
    Varie e contrastanti sono le facce di questa commedia: lirica e realistica, irridente e pietosa, crepuscolare e appassionata, patetica e irriverente.
    Ciò che prevale, comunque, è la delicata poesia di Rocca (spesso mitigata da gustose pennellate umoristiche), la smorfia dolente del volto che si cela sotto la maschera gaia. L’autore liquida il mito ipocrita della provincia semplice e generosa e descrive una comunità paesana torbida e tracotante, colma di rancore e carica di irrisione nei confronti dei vinti e dei diversi; una provincia sottilmente violenta che non lascia spazio alcuno alla solidarietà e alla comprensione.
    La immediatezza del dialetto veneziano spoglia il testo di ogni retorica e di ogni convenzionalità letteraria: un testo asciutto, quasi cechoviano, intimistico, dove i sentimenti sono velati, sottaciuti, repressi. Poeta di una provincia sonnecchiosa e violenta, Gino Rocca, con sincera pietà, ironico scetticismo e sorridente malinconia, contempla e descrive uomini e cose avvolte nella luce del crepuscolo.
    In un paese del Veneto tre vecchi amici, ultimi superstiti di una goliardica associazione che reca il glorioso titolo Se no i xe mati no li volemo, vivono dell’usufrutto di un palazzo signorile, che un compagno di gioventù, il conte Bardonazzi, ha lasciato con un bizzarro testamento alla Congregazione di Carità. Vecchio e cadente è il palazzo, vecchi e acciaccati sono i suoi dimoranti. Piero Scavezza ha perso quella vigoria che lo caratterizzava e aspetta con rassegnazione di ricongiungersi col tiglio morto in gucrra; Bortolo Cioci è diventato un brontolone permaloso e irritabile; Momi Tamberlan, architetto incompreso, è adesso lo zimbello del paese a causa della sua seconda moglie che, per voler mantenere un tenore di vita superiore alle sue possibilità economiche, sta mandando in rovina la famiglia. Un brutto giorno l’avvocato Giostra, un leguleio alle prime armi, altero e baldanzoso, porta loro la ferale notizia che l’immobile da loro occupato, proprietà della Congregazione, non spetta più loro di ditino perché da tempo i soci non rispettano le clausole dello statuto che prescrive, per ogni membro, una perenne vita spregiudicata e goliardica di cui essi devono quotidianamente dar prova.
    Malgrado la avanzata età e i crucci delle rispettive situazioni personali, i tre decidono di tornare a fare “i matti” come ai tempi delle lontane imprese studentesche, nel vano tentativo di recuperare i loro diritti inseguendo una impossibile giovinezza.
    La farsa grottesca si muta ben presto in dramma. Piero si rompe una gamba mentre va in giro a tirare i campanelli delle case; Momi, recatosi con Bortolo a un veglione vestito da pagliaccio, scopre il tradimento della moglie. Conclusione: Piero muore, Momi impazzisce e il superstite Bortolo pietosamente lo accompagna al manicomio …