• 24 novembre 1998 14:47
  • In scena due vecchi attori Attilio e Carlotta Vecchiatto: sperduti in un teatro di campagna non si piegano all’idea di essere divemati null’altro che una scarpa buttata in un angolo e dimenticata. Il vec­chio si crede degno di rispetto perché ha lavorato turta una vita, ma come Re Lear deve andare in pensione. In nome di una gloriosa vecchiaia fiera e umiliata, Attilio e Carlotta lottano contro l’ignoranza e la vol­ garittà dilagante. Bisogna impazzire, e al piiù presto, per stare in questo mondo, dirà Vecchiatto. Proprio come Amleto. Un verso di Shakespeare ci salverà contro la notte dell’anima? L’anziano attore pare esserne convinto: se ora la sua arte è diventata ridi­cola, tutto allora è ridicolo. Ma ciò che nello spettacolo interessa raccontare è la straor­dinaria storia dei suoi protagonisti ed insie­me la straordinaria storia dei loro interpreti, tanto lontani dai primi quanto legati a essi da un curioso filo rosso. E non si tratta di fare l’elogio dei tempi che furono, mitici spesso solo nel ricordo di chi li ha vissuti. Se la morte del teatro, infatti, è la desolata lita­nia che ci accompagna in un clima autopu­nitivo da funerale perenne, ben vengano allora i nostri due amici Attilio e Carlolta che arrivano da un altro mondo e ce lo par­tecipano non senza ironia. Noi viviamo l’inattualità del teatro e la nostra inadeguatez­za; loro parlano di una passione vissuta come un apostolato nel nome di Shakespeare, parlano di sé e della “malaltia mentale” del teatro in un delirante gioco al rimando, riprendono l’una le frasi dell’altro come se fossero una persona sola. Irriducibili nel loro coraggio, passione e fol­lia, le figure dei coniugi Vecchiatto si incar­nano in due irriducibili “vieux enfants terri­bles” della scena italiana come Mario Scaccia e Marisa Belli. In entrambi le rico­nosciute doti artistiche si uniscono a rare qualità umane che rendono possibile – come in questo caso – un incontro proficuo fra generazioni diverse.
    La visionarietà dei codici dei due interpreti trova dunque nel testo di Celati una felice occasione di modernità espressiva: un duet­to che tocca le corde del tragico e deI comi­co insieme senza indulgere mai nel patetismo.

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