• 24 novembre 2003 12:05
  • Autobiografia del Teatro

    Ho avuto negli anni il raro privilegio di lavorare con molti grandi attori, ma pochi mi hanno toccato il cuore come Mario Scaccia alle prove di Mémoires. A vederlo rispecchiare le ottanta e passa primavere del suo coetaneo Carlo Goldoni mi sono chiesto: cos’è che può imprimere tanta forza, nobiltà e umanità a una prestigiosa esibizione di talento scenico? A ben riflettere ho capito che l’emozione veniva dal fatto che nel frangente Scaccia è Goldoni, ma è anche se stesso e (fraternamente) perfino noi partecipanti al rito. Per cui rui è venuto spontaneo di etichettare lo spettacolo come un’autobiografia: ma l’autobiografia di chi?
    Anche trent’anni fa, lavorando con Giorgio Strehler nel suo rifugio di Portofino a un adattamento televisivo dei Mémoires che si perse per strada, non potevo avere dubbi. Sotto i miei occhi il regista s’impadroniva, giorno dopo giorno, del testo ricomponendo intorno la sua storia personale, i Mémoires in chiave di illustrazione e commento, elegia e rimpianto, in una necessaria documentata relazione di eventi tra cronaca e storia messi nel punto giusto.
    Maurizio Scaparro e io, dal nostro canto, per uno spettacolo teatrale e quindi necessa­riamente “parziale”, abbiamo scelto un itinerario che procedesse per frammenti, per allusioni, con un Goldoni che raccorda i fili della memoria procedendo, come nota nei suoi Mémoires, per “sbalzi e tentoni”. Siamo partiti da quella ostinata, quasi eroica, ricerca di un nuovo modo di fare teatro, quella Riforma alla quale ha dedicato tutta la vita, fino a quelle tenere, sorridenti attenzioni per le donne attrici che ha conosciuto soprattutto nei suoi anni italiani e che rivivono spesso nei suoi Mémoires.
    Di certo serpeggia in queste sequenze la memoria di tanto teatro scritto, fatto o immaginato, che Maurizio, ed io con lui, abbiamo suggerito al ricordo degli spettatori, perché presente nei suoi Mémoires, dall’addio a Venezia del Carnevale del 1750 al ballo in piazza delle Baruffe, dal diverbio dei gondolieri nella Putta Onorata al bisticcio degli Innamorati, e su tutto a quel Teatro comico che è il grande manifesto della poetica di Goldoni.
    Ma non c’è solo Goldoni. Tanto per fare un esempio, quando gli attori avanzano dal fondo affermando il diritto di operare la loro magia, mi è parso, durante le prove di Scaparro, addirittura di riconoscere quasi una citazione dei fatidici “Sei personaggi” e quando Carlo viene ricevuto alla Reggia di Versailles la sua irritazione per l’accoglienza altezzosa appartiene più che alle sue concilianti memorie a quelle sdegnate di Vittorio Alfieri. E potrei indicare altre suggestioni dal crescente disamore per i nobili veneziani e verso la corte francese, alle tante verità non dette nei Mémoires, dai dolori per chi parte da Venezia per Parigi come Anzoleto con il cuore “strazà” fino all’amarezza per le offe­ se ricevute a Versailles. In questo lavoro comune, quasi mai mi sono ritrovato altrettanto presente in scena: e non essendo sorto, nella nostra felice intesa, il problema del mio e del tuo, paradossalmente mi capita di sentire più “mio” ciò che senza dubbio proviene dal sacco di Scaparro.
    A un certo punto mi sono convinto che questo pescare nei Mémoires, ma anche nel vasto pelago della letteratura di e su Goldoni, è stato un modo indiretto per guardarci dentro e parlare di noi. E mi auguro che sia questa la chiave di lettura del pubblico invitato non alla visita guidata di un museo, sibbene a un lieto festeggiamento solo a tratti velato di malinconia.
    Cari futuri spettatori, accogliete questi Mémoires anche come l’autobiografia vostra. O meglio come l’autobiografia del Teatro.

    Tullio Kezich

    Buon viazo, torné presto

    «Buon viazo, torné presto». Il mio primo incontro con i Mémoires è racchiuso in queste poche parole scovate nell’autobiografia di Goldoni, mentre provavo anni fa a Roma Una delle ultime sere di Carnovale, la commedia rappresentata nel 1750 prima della partenza da Venezia per Parigi.
    « … La sera di quel martedì grasso fu la più splendida, perché la sala risuonava di acclamazioni fra le quali sentivo distintamente gridare “Buon viazo, torné presto … ” Ne ero commosso fino alle lacrime».
    All’addio del giovane protagonista Anzoleto aggiunsi con pudore una voce, a chiusura dello spettacolo, con quelle parole ricordate nei Mémoires.
    Senza quell’addio a Venezia non avrei mai trovato lo stimolo primo per affrontare le mie riflessioni sceniche sui Mémoires, alle quali arrivo ora per una necessità intima di rileggere e ripercorrere per frammenti una vita teatrale emblematica come quella di Goldoni, raccontata a conclusione di un “viaggio” che da oltre trent’anni lo aveva separato dalla sua Venezia. Sapevo di non poter certo limitare nella durata di uno spettacolo teatrale le tante storie piccole e grandi raccontate nei Mémoires; potevo piuttosto cercare di capire da dove partiva proprio quella necessità intima di raccontare e di sognare Goldoni.
    E dovendo scegliere una strada, e non più strade, ho scelto quella che porta alla “passione teatrale” di Goldoni. Lui ci ha insegnato, ricorda Giorgio Strehler, che «non vi può essere teatro, non vi può essere rappresentazione, non vi può essere niente senza che il valore dell’umano non regga e non illumini continuamente il nostro cammino. Senza quella luce non c’è niente».
    E così quando ho chiesto a Tullio Kezich di scrivere, di raccontare questi frammenti di vita teatrale, lui mi ha chiesto di aiutarlo. Non tanto a scrivere, cosa di cui non ha evidentemente alcun bisogno, quanto a notare le emozioni, i ricordi, le speranze, i percorsi, le esperienze che lasciavano in me un segno, scegliendo quelle parole, quelle pagine, quei silenzi, che più direttamente arrivavano alla mia ragione e al mio cuore, per confrontarli con i suoi.
    È emerso subito da questo confronto il segno drammatico di una vita spezzata, e che comunque si divide in due: lì Venezia, qui Parigi.
    Il viaggio senza ritorno. E in mezzo le sue opere. Che, in ogni caso, rappresentano il corpo centrale, vivente, vero, dei Mémoires.
    Subito dopo ci siamo trovati ad affrontare l’età. La scrittura del vecchio Goldoni (oltretutto in una lingua non sua) divide di fatto i Mémoires in modo sostanziale: una scrittura che riguarda il presente francese e una legata al ricordo del passato veneziano e italiano. Da qui è nata la felice invenzione drammaturgica di Tullio Kezich di porre accanto alla figura predominante “vecchia” di Goldoni, quella “giovane” di Anzoleto, tesa a indicare la possibile forza sovrannaturale del teatro e la sua capacità di superare, con la fantasia, anche l’età.
    Mi sono immaginato in questo nostro spettacolo un Goldoni ormai vecchio, solo e senza mezzi nella sua piccola casa di Parigi. Credo che prima di morire gli siano tornati alla mente, in rapidissima sequenza, la sua vita artistica, i suoi personaggi, e fra i tanti il giovane Anzoleto. E mi sono anche immaginato che l’autore dei Mémoires si chiedesse, come certo si è chiesto, “Perché sono partito?” oppure “Perché non sono più tornato?”.
    I tanti ricordi scorrono nello spettacolo come in una lanterna magica, le immagini si sostituiscono alle immagini, il passato e il presente si confondono, i momenti felici si alternano a quelli tristi.
    Un altro segno riguarda i silenzi. Addentrandoci nel lavoro, Kezich e io ci siamo resi conto che nei Mémoires Goldoni non sempre è sincero. Non che dica bugie, ma non dice tutta la verità. Non ci sono, per esempio, le sofferenze, le rabbie, le constatazioni amare sullo stato del teatro e della vita, con quella sincerità dolorosa che si trova in moltissime sue lettere, in alcune delle sue opere, ma non nei Mémoires.
    Vorrei proprio che lo spettacolo fosse percorso dal senso di questo tempo che passa, con tutte le delusioni di un signore che è costretto, per sopravvivere, a dare lezioni di italiano alla figlia del re, mentre il mondo attorno sta cambiando, e pieno di rimpianti per una Venezia che non rivedrà più.
    Ma vorrei anche, e soprattutto, rendere omaggio allo spirito di questa sua opera clamorosamente “dentro” il Teatro, alla sua volontà ostinata, quasi eroica, di cambiarlo, sottolineando la sua capacità straordinaria di arrivare all’universale partendo da una discussione sul passaggio dalla Commedia dell’Arte alla Riforma, dall’improvviso al premeditato.
    Un diario per addetti ai lavori può diventare lentamente, quasi inavvertitamente, una storia umanissima di carattere nella quale tutti ci riconosciamo, teneramente, nei difetti e nei pregi. In un’arca di Noè che è locanda, palcoscenico e laboratorio di idee, e dove domina l’inquietudine per il passaggio incerto verso il nuovo, necessario anche se «il balzo xé troppo grande».
    Goldoni propone temi dolorosamente piccoli come la ridicola fragilità umana degli artisti (e non solo la loro), frammenti divertenti e strazianti di amori, di vanità, di morte. E temi sorprendentemente grandi oggi, come quello del rapporto necessario dell’artista con il mercato. E su tutto l’ansia di Goldoni per il nuovo, un bisogno primario, calcolato, contraddetto, ma incancellabile, di creatività, un testardo, tenace, richiamo alla conoscenza e al sapere, unito alla consapevolezza dei limiti frapposti alla fantasia da un passato difficile, un presente spesso deludente, un futuro da costruire a piccoli passi come la sua Riforma chiede e faticosamente ottiene.

    Maurizio Scaparro