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Note sull’adattamento e la regia
di Ugo Chiti
“Mettere le mani” nella scrittura geometrica e perfetta della Mandragola intimorisce l’autore abituato a una totale libertà di adattamento dei testi originali, riducendo automaticamente la possibilità di scompaginare tanta riconosciuta e ammirata precisione. Per quanto mi riguarda è stato ben diverso l’approccio con Clizia, altra commedia di Machiavelli, sicuramente meno emblematica e perfetta, ma dove sono più riconoscibili temi conflittuali come la ferocia dei rapporti coniugali, lo scontro generazionale e familiare, le pulsioni sessuali ai limiti dell’incesto, tutti temi che offrono una maggiore possibilità di specchiature e rovesciamenti prospettici dei ruoli, come la possibilità di una riappropriazione quasi totale del linguaggio teatrale.

Tanta libertà, ripeto, non è possibile nella Mandragola che rimane opera da attraversare con rispettosa attenzione e sempre con un occhio rivolto alla “bussola filologica” e un altro alle infinite “mappature critiche” che accompagnano questo testo assurto a prototipo della commedia.

L’Arca Azzurra si muove da sempre seguendo le coordinate di una progettualità obbligata negli anni e quindi al progetto Machiavelli, iniziato appunto con Clizia, non poteva certo mancare la tessera Mandragola. In questo allestimento la primaria preoccupazione è stata quella di innestare la mia riscrittura al testo originale, restando però sempre in secondo piano e lasciando inalterate varie scene: nello specifico tutte quelle di insieme, dove i personaggi si muovono nella finzione dei ruoli, ovvero indossando i diversi “travestimenti” morali e sociali. Non si è trattato di un semplice espediente di mediazione drammaturgica, ma una volontà di sperimentare contrasti e attinenze tra la scrittura classica dell’autore e una riscrittura che attinge ad una lingua toscana più aspra, immediata e, per certi aspetti, più contemporanea e riconoscibile. Altra preoccupazione è stata quella di leggere Mandragola, prima che come commedia, come “favola allegorica” della corruttibilità endemica dell’uomo, favola indecisa o sospesa tra realismo e allusione surreale, dove tutti i personaggi si muovono seguendo l’emblematicità dei propri ruoli: il distacco dalla ragione sotto la spinta e la pulsione del desiderio sessuale (Callimaco); la “vocazione” alla paternità indecisa tra istinto primario e mediocre conferma di un ruolo sociale (Nicia); l’immiserimento di un pensiero e di un ruolo morale (Fra Timoteo); un’intelligenza sarcasticamente divertita quanto umiliata dal cinismo (Ligurio); un’ambigua metamorfosi che forse è riscatto o forse piacere di essere corrotta (Lucrezia); lo sguardo opportunistico alla convenienza (Sostrata); dubbi e certezze di un servo (Siro). E infine una Ninfa che in qualche modo, sostituendosi al prologo e alle canzoni che intervallano i vari atti, raccorda e “muove” la scena, assumendosi anche il carico di una conclusione che non vuole essere epitaffio moraleggiante, ma sarcastica eresia popolaresca.

Ninfa: Uomini? Donne? La peggio genia del creato! Dio voleva buttare via lo stampo, ma poi, non si sa come, c’ha ripensato. Non poteva fare altro?

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Fino al 16 giugno 2018
dal martedì al sabato 10.00/13.00 – 15.00/18.30
in tutte le giornate di spettacolo 10.00 /13.00 – 15.00 / inizio spettacolo
domeniche con spettacolo 15.00 / inizio spettacolo

 

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