• 19 gennaio 2013 14:36
  • Note di regia

    Una domanda sembra attraversare il Macbeth di William Shakespeare: chi siamo noi veramente? Una domanda che, posta in questo modo, ha certamente un respiro troppo vago e universale, tanto che si potrebbe applicarla a quasi tutte le opere del Bardo. Ma qui essa sembra come presa di petto e investire tutti i personaggi della tragedia.
    Macbeth e sua moglie, prima di tutto. Dal momento in cui ricevono la profezia dalle tre streghe (“tu sarai Re”) quel futuro, solo suggerito, solo sussurrato, solo possibile, diventa per loro la via della necessità dalla quale non riescono più a sottrarsi. L’entrare in rapporto con i desideri più nascosti e proibiti sconvolge le loro esistenze. Dal quel momento, infatti, essi non sono più quelli che erano, non sanno più chi saranno. I desideri sono sempre destabilizzanti. Rimescolano e stravolgono le nostre vite, spazzando via tutti gli sforzi che sempre facciamo per renderle tranquilli e normali. Il desiderio di diventare Re, per Macbeth, si intreccia a doppio filo con il desiderio di morte (prima l’omicidio del vero Re, Duncan, poi a seguire tutti gli altri; una lunga catena che non si può spezzare perché l’obiettivo è spostato sempre in avanti, fino a che egli non si rende conto di essere in un vicolo cieco: quel desiderio non sarà mai appagato, i delitti non saranno mai sufficienti; egli non sarà mai più lo stesso di prima e quello che è diventato è solo “un’ombra che cammina”). Quel desiderio di morte, credo, ancora più del desiderio di potere, è ciò che attira Macbeth e sua moglie dentro la spirale dalla quale verranno entrambi schiacciati. Ma la domanda sull’identità si pone con forza anche per altri personaggi. Per esempio per quelli che prenderanno il posto di Macbeth, una volta che l’avranno sconfitto.
    Che uomini diventeranno? Siamo sicuri che instaureranno un regime migliore? Dopo tutto il sangue versato da Macbeth potrebbe venire altro sangue. Malcolm, il futuro Re, si chiede come facciamo a sapere che saremo meglio di Macbeth che si è appena rivelato essere un tiranno. Di nuovo: come facciamo a sapere chi siamo veramente? La domanda a questo punto diventa politica. Si può percorrere una strada insanguinata senza cedere alla tentazione del sangue? Si può attraversare una strada corrotta senza cedere al desiderio di corruzione? Si può dire veramente chi siamo? Questo discorso sul potere ci porta molto più in là e ci dice anche che, al di là dell’efferatezza a cui si può arrivare, c’è una tentazione, un desiderio pericoloso e inconfessabile in ciascuno di noi. Guardiamo Macbeth… e tiriamo un respiro di sollievo, perché speriamo che esso non venga mai fuori a sconvolgere la nostra vita.

    Andrea De Rosa