• 6 luglio 2009 17:39
  • Nel 1998 ho passato tre mesi della mia vita in compagnia di Giacomo Casanova. Due dirigenti della Rai, i miei amici Guido Barendson e Franco Monteleone, mi avevano infatti commissionato la lettura radiofonica quasi integrale delle “Memorie” di Giacomo Casanova. Ne venne fuori un programma di centoventi puntate per Radiotre, che mi tenne rinchiuso appunto per tre mesi nella sede Rai di Napoli. Leggendo, rileggendo, tagliando, montando, ho quasi imparato a memoria l’autobiografia del grande libertino veneziano e mi sono profondamente convinto della solarità del mito di Casanova, contrapposta all’immagine fosca e demoniaca di Don Giovanni. Recentemente ho avuto una autorevole conferma a questa tesi (che non è mia ma di Piero Chiara, uno dei più grandi casanovisti di tutti i tempi) addirittura da una donna, Lydia Flemm, una psicoanalista belga che ha scritto un libro con il significativo titolo “Casanova, l’uomo che amava le donne, davvero”. Durante lo studio delle “Memorie” rimangono ad ogni lettore dei dubbi. Chi era veramente la monaca M.M.? (a questa domanda lo studioso americano River Childs ha dedicato una vita di ricerche). E che cosa ne è stato di lei, dopo l’incontro con Casanova? O anche: cos’è rimasto di Casanova nel cuore del suo primo grande amore, Henriette? Oppure: come mai la giovane Lia si concede ad un Casanova vecchio e sdentato, privo ormai del suo grande fascino? E ancora: sarà vera la storia dell’incesto napoletano, che appare al limite dell’incredibile? E soprattutto la domanda delle domande: perché la Charpillon tortura Casanova portandolo sull’orlo del suicidio e segnandone la vita al punto che lui stesso dice che con quell’episodio termina la fase ascendente della sua vita e inizia quella discendente?
    A queste domande da appassionato, che vorrebbe il prolungamento infinito del romanzo prediletto, ho pensato che dovessero rispondere le donne. Che cinque scrittrici dovessero raccontarci gli episodi di M.M., Charpillon, Henriette, Lia e Lucrezia, cercando di vederli dal “punto di vista” delle donne. Ne è uscita una galleria di dame che non sono quasi mai rancorose verso Giacomo, che non si comportano da “sedotta e abbandonata” ma che sono invece nostalgiche, tenere, ironiche a conferma che le donne di Casanova sono molto diverse da quelle di Don Giovanni.
    Attraverso il talento di cinque scrittrici mi sono in realtà comportato come quell’eroe di Borges, Pierre Menard, che ama talmente il Don Chisciotte da scriverlo di nuovo.
    Non c’è un metodo particolare attraverso cui Renato Quaglia – direttore del Festival coproduttore dello spettacolo – ed io abbiamo scelto le cinque autrici. Una di loro è la decana delle nostre scrittrici: Maria Luisa Spaziani. Di suo il Teatro Stabile del Veneto ha già messo in scena, negli anni scorsi, Giovanna d’Arco, un capolavoro poetico, interpretato da Gaia Aprea, che considero uno degli spettacoli più belli della mia direzione. Della Spaziani conosco anche un aspetto ironico e in prosa, oltre che quello più celebre, poetico e drammatico. Le ho chiesto di scrivere il suo episodio puntando sulle sue qualità forse meno celebri.
    Non conoscevo invece personalmente Paola Capriolo ma ne ammiravo molto lo stile enigmatico e misterioso. Mi è sembrata quindi la persona ideale per scrivere della donna più enigmatica di tutte le memorie: la Charpillon.
    Per Henriette avevo bisogno di una penna trasognata e malinconica e mi sono imbattuto per caso nell’opera prima (Rossovermiglio) di una scrittrice, Benedetta Cibrario, che mi sembrava in singolare sintonia con la nostra eroina. Questa scelta ha “portato” la Cibrario verso Venezia, facendole vincere il più recente Premio Campiello.
    Le tante donne di Mille anni che sto qui, il libro con cui Mariolina Venezia ha vinto invece il Premio Campiello 2007, hanno qualcosa della dolce scugnizza, della “peste” di buon cuore, che è in sintesi Lia, una specie di Charpillon al contrario, che dice di sì al vecchio avventuriero quando ormai il lettore è rassegnato al contrario.
    L’unico personaggio veneto della nostra piccola galleria, la monaca M.M., l’abbiamo assegnato all’unica scrittrice veneta del gruppo, Carla Menaldo, che appartiene alla scuderia Marsilio. Devo la sua “scoperta” a Cesare De Michelis che ha felicemente intuito la teatralità della sua scrittura. Confesso di essermi molto appassionato, l’anno scorso, a comporre questo mosaico di scrittrici e di aver intessuto con loro un vero e proprio gioco letterario con brani che si estendevano e altri che si restringevano, con informazioni su Casanova da me date, ma anche ricevute.
    Se quindi, come regista, mi sono molto divertito, come direttore di Teatro Stabile sono convinto che i teatri pubblici dovrebbero molto più spesso occuparsi di drammaturgia contemporanea, anche andando oltre la forma “normale” della commedia o del dramma destinati a fare serata e a essere scritti per il palcoscenico.
    Lo spettacolo ha la forma di una passeggiata, in cui pochi spettatori a sera incontrano cinque donne in cinque stanze diverse. I cinque monologhi sono quindi cinque confessioni intime e come tali le nostre cinque attrici li pronunciano. Siamo molto lontani dalla forma “dramma” o da quella “commedia”, e più vicini a cinque racconti scritti in forma di monologhi. L’autobiografia di Casanova non è in fondo un grande racconto scritto proprio in forma di monologo?
    Nato per la Certosa di San Martino, per il Napoli Teatro Festival Italia del 2008, lo spettacolo sarà ora reinventato per lo splendido Palazzo Grimani appena restaurato, un vero e proprio gioiello esotico e misterioso che aspetta di essere riscoperto anche dagli stessi veneziani.
    Ho concepito lo spettacolo come un risveglio in cinque tappe. Si inizia con l’amaro dormiveglia di M.M., si prosegue con un bagno rasserenante della turbata Henriette, poi con il cupo risveglio della Charpillon in carcere, poi ancora con una succulenta prima colazione della golosa Lia, ed infine con la “toilette” della astuta Lucrezia.
    Concludo con una piccola osservazione personale. Accennavo, all’inizio, dei tre mesi trascorsi nella sede Rai di Napoli a registrare “Casanova”. Già allora Napoli, mia città natale, e Venezia, città natale di Casanova, si mescolavano. Un paio d’anni dopo mi sono trasferito a Venezia, dove dirigo dal 2000 il Teatro Stabile del Veneto. È curioso che proprio uno spettacolo su Casanova mi abbia riportato a Napoli e i testi siano stati pubblicati dalla casa editrice veneziana Marsilio, i cui animatori sono tra i miei migliori amici. La presentazione dello spettacolo a Venezia, chiude questo strano circuito tra le due città.

    Luca De Fusco

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