• 5 dicembre 1995 17:27
  • In una stanza che reca ancora le tracce di un ambiente infantile, con gli adesivi di Walt Disney attaccati alle pareti, sull’on­da della musica di Bach, si consuma il distac­co triste e ironico del Padre, un professore “anziano”, dalla sua abitazione e dai suoi affetti. La misteriosa presenza della Madre, avvia un sottile gioco di scambi sulla scia dei ricordi del tempo felice: la donna appa­re fissata in una sorta di età ideale, fuori dal tempo, simile più ad una evocazione della mente e del desiderio. Fra di loro c’era stato un grande amore; poi, proprio quando “per un uomo cominciano i guai”, Iei era morta. Ora, mentre lui sta per trasferirsi in una casa di riposo, è apparsa per dargli sostegno.
    Per il Padre si prepara, dunque, il viaggio finale nel pianeta della vecchiaia, dove è anche possibile vivere decememente, ma dove la felicità non è prevista. Non resta che affidarsi alla dimensione del sogno, che ai vecchi rivela senza remore l’impossibilità di realizzarsi. Lo stesso confronto con la morte determina una triste rassegnazione, dovuta alla stanchezza e condizionata dalla debole reazione di fronte all’impazienza di quanti pretendano da un uomo anziano un comportamento “dignitoso”.
    L’ingresso del Figlio, un quarantenne serio e prevedibile, svela l’imbarazzo e l’ambiguità che esiste nel loro rapporto; il Padre pare non prenderlo sul serio, mentre si diverte a provocarlo, a mettere in dubbio la decisione della partenza, facendogli pesare quel suo allontanamento.
    La seconda scena de Le ultime lune mostra il Padre alle prese con la solitudine: oltre alla cuffia attraverso la quale continua ad ascol­tare la sua musica, oltre l’album di fotografie, che diventa un supporto necessario per richiamare alla memoria il sapore del tempo perduto, e oltre ad una fragile piantina di basilico, che lascia crogiolare alla debole luce del crepuscolo, a quel vecchio non è rimasto che il pensiero. In modo implacabile e profondo le sue parole rivelano l’incon­gruenza che esiste fra la falsa tranquillità dell’ultima residenza, simile più ad una pri­gione che ad un rifugio, e la sacralità della vecchiaia, un’età degna del massimo rispet­to perché “è sacro e terribile il momento in cui un uomo cessa di vivere”.
    Il dramma di Bordon sviluppa un ‘analisi cruda e profonda sulla malattia di vivere, svelando attraverso le parole di un vecchio, che sperimenta la scelta di un esilio volon­tario, la difficile ricerca di un equilibrio fra le condizioni dell’esistere e il baratro vuoto nel quale si spegne inevitabilmente ogni bagliore di vita.

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