• 20 novembre 2009 16:37
  • Dioniso, figlio di Zeus e di Semele e nipote di Cadmo, dalla Lidia arriva a Tebe, assumendo sembianze d’uomo, con una schiera di baccanti.
    Vuole affermare la propria origine divina, imporsi come dio nella città dove un fulmine ha incenerito sua madre. E comincia forzando tutte le donne di Tebe a trasferirsi sul monte Citerone, per celebrare i suoi riti.
    Al nuovo culto si adeguano il profeta Tiresia e il vecchio re Cadmo: vi si oppone, invece, con feroce caparbietà Penteo, il giovane sovrano.
    Egli ordina l’arresto di Dioniso: e quando i soldati lo portano davanti a lui in catene lo interroga per capire chi sia. Poi, lo fa rinchiudere, legato, in una stalla.
    Una serie di fenomeni sconvolge la mente del re: la terra trema, il palazzo sembra bruciare, Dioniso si figura come un toro, un fantasma. Infine il persecutore e il perseguitato liberatosi da ogni laccio si trovano davvero di fronte. Intanto un servo giunge dal Citerone e racconta a Penteo come le Menadi, che se ne stavano lassù quiete e serene, sentendosi braccate si siano trasformate in furie, assalendo i mandriani che davano loro la caccia, compiendo strage di armenti, devastando villaggi.
    Penteo decide di mandare truppe contro le donne invasate. Dioniso lo distoglie dal proposito e gli suggerisce di andare a spiare tra i boschi le Menadi, ma travestito per prudenza da donna: lo guiderà lui stesso.
    Sul Citerone – come riferirà un messo – Penteo viene fatto a pezzi da sua madre Agave (convinta di uccidere una fiera, e sorda alle suppliche del figlio) e dalle altre Baccanti.
    Ostentando la testa di Penteo su una picca, Agave rientra a Tebe vuole che tutti accorrano a vedere la sua splendida preda. E’ ricondotta alla ragione da Cadmo: padre e figlia piangono il loro atroce destino e tentano di ricomporre il corpo smembrato di Penteo, raccolto dai servi e da Cadmo stesso sul Citerone.
    A quel punto riappare Dioniso che spiega di aver architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina, e condanna Cadmo e Agave ad essere esiliati in terre lontane. Sull’immagine di Cadmo e Agave che, commossi, si dicono addio, si conclude la vicenda.

    Per Holderlin ciò che deve ancora venire, “il dio venturo”, viene da Tebe, dal Citerone, dal paese di Cadmo, dalla terra della tragedia.
    E’ vero. Per comprendere il presente bisogna guardare indietro. Guardare verso la tragedia. Guardare verso Eraclito, il filosofo della tragedia, il filosofo che per primo si era posto il problema dei confini dell’anima.
    “Per quanto lontano tu vada, i confini dell’anima non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così abissalmente si dispiega” .
    L’anima è il luogo in cui si concatenano tutte le cose: è quell’Uno in cui abita il Diverso…
    Euripide ereditò e fece propria questa grande intuizione di Eraclito e alla domanda “Cos’è la sapienza”, risponde : “Non è saggezza il sapere, né pensare pensieri oltre l’umano”.
    Non c’è sapere che possa penetrare nel mistero della vita e, nelle vicende umane, è impossibile scorgere un qualsiasi criterio ordinatore.
    La domanda di Euripide e la sua terribile risposta sta nella sua consapevolezza che compito del teatro è quello di porci di faccia al mistero, all’incompletezza di ogni sapere. Da questo punto di vista non c’è forse opera più grande e inquietante delle Baccanti e autore più enigmatico di Euripide. Lo si è definito un illuminista e un irrazionalista, un ateo e un credente della provvidenza divina; uno scandagliatore di anime e un retore; un denigratore delle donne e un poeta femminista; un realista e un poeta magico, un sofista e un antagonista dei sofisti…
    Forse Euripide è il più tragico dei tragici perché è contemporaneamente tutto questo: il poeta che esprime più a fondo le contraddizioni dell’uomo e della sua epoca in crisi. E Le Baccanti, l’ultima grande tragedia greca, continueranno, per sempre, ad essere un enigma….
    Da secoli si discute del “significato” di quest’opera. Spesso ci si dimentica che il problema si pone soltanto perché siamo dinanzi a un’opera di assoluta poesia e che “l’enigma è lo statuto formale della tragedia” (Del Corno), come il mistero è il compito di ogni grande opera d’arte…

    Le Baccanti sono l’ultima grande tragedia prodotta dal teatro greco, nel momento del tramonto politico di Atene.
    Euripide, definito da Aristotele, “il più tragico dei tragici”, scrisse il suo superbo canto del cigno, quando ormai era prossimo alla morte.
    Al centro del dramma, giustamente considerato uno dei capolavori del teatro di ogni tempo, sta il creatore stesso della tragedia, Dioniso, “il più terribile e il più dolce tra gli dei”, personificazione di tragiche contraddizioni: gioia e terrore, discernimento e follia, estasi e spasimo, gaiezza innocente e tenebrosa crudeltà, esaltazione della vita e annientamento.
    Dioniso è lo slancio insondabile: l’ebbrezza del volo e lo strazio della caduta…
    Tragedia enigmatica e disorientante Le Baccanti sono una crudele rappresentazione della fragilità dell’uomo. Nessuna opera è andata così lontana nel mettere in questione leggi, rapporti, istituzioni, credenze, saperi, fino a presentarci il destino umano nella sua tremenda e assoluta nudità.

    Con l’arrivo di Dioniso, tutta la città di Tebe è invasa da un travolgente stato di “furore estatico”, di “perdita della presenza” (Ernesto De Martino), di “follia iniziatica”.
    Le donne di Tebe sono possedute dal dio e questo crea disordine, smarrimento della identità personale: nessun corpo resta simile a se sotto l’effetto dell’estasi dionisiaca (ekstasis= uscire fuori di se”.
    Il tiranno tragico, il capro espiatorio, Penteo, finirà addirittura per perdere l’unità del suo corpo fatto a pezzi dalle baccanti. La perdita della rassomiglianza con se stesso è la punizione più oltraggiosa che Dioniso infligge al suo nemico…
    Dioniso, il dio del teatro, dell’ambiguità e della parvenza, mette in scena il suo spettacolo. Governa i personaggi e gli avvenimenti. Ama i travestimenti e le metamorfosi. E’ un abile illusionista, prestigiatore, autore e corego di una rappresentazione in cui niente e nessuno rimane simile a sé.
    Continui sono gli scambi di ruoli: chi conduce sarà condotto, chi spia sarà visto, chi era vittima diventerà carnefice…
    Sulla scena del mondo il dio instaura, là dove appare, al posto dello scenario quotidiano, un teatro fantastico.
    Come un grande regista-attore, Dioniso, disorienta, lacera, confonde, turba.

    Con le Baccanti Euripide mette in scena Dioniso, e Dioniso mette in scena se stesso: un dio travestito da uomo, uno straniero con l’andatura da donna.
    Dioniso incarna la figura dell’Altro: un dio mascherato che si rivela nascondendosi.
    Per vedere Dioniso, occorre penetrare in un universo diverso, dove regna l’Altro, non il Medesimo.
    Dioniso è ineffabile, ubiquo, mai chiuso in una forma definitiva.
    Dioniso è l’incarnazione dell’Alterità in tutte le sue forme dirompenti e perturbanti.
    L’epifania di Dioniso determina l’incrinarsi di tutte le certezze.
    Con l’arrivo del dio, Tebe non è più la stessa perchè Dioniso è il dio che rompe i confini, dissolve i legami, confonde le separazioni e le divisioni su cui si costruisce la lettura razionale del mondo.
    Una “epidemia divina”, una “nuova malattia” ha invaso la città e la travolge.
    Dioniso ha sconvolto l’ordine familiare: ha momentaneamente separato le mogli dagli uomini, le figlie dai padri. Tutte le donne tebane, giovani o vecchie, hanno abbandonato le proprie case per ritirarsi sul Citerone, lasciando la città in mano ai soli uomini e alle baccanti straniere, seguaci di Dioniso.
    Con l’irruzione di questo nuovo dio, l’Alterità si installa al centro della polis.
    Tebe è diventata improvvisamente una città-palcoscenico dove Dioniso, il dio del teatro, mette in scena una meta-tragedia per rivelare se stesso tanto ai protagonisti del dramma quanto agli spettatori-abitanti di una Tebe “divisa”.

    E’ mia intenzione separare il pubblico maschile da quello femminile quasi a voler sancire fisicamente questa momentanea sovversione dell’ordine sociale e familiare a Tebe.
    I personaggi in scena si rivolgeranno, a seconda dei casi, direttamente al pubblico maschile o femminile.
    Il coro delle baccanti si rivolgerà prevalentemente al pubblico femminile. Penteo a quello maschile. Dioniso, (che sarà rappresentato dall’attrice Laura Marinoni) giocherà tra i due poli.
    Dioniso è un dio androgino, che possiede pienezza e perfezione proprio per la compresenza dell’elemento maschile e femminile, dell’elemento umano e divino.
    Dioniso è un dio “nato due volte”, un dio “ibrido”, che annulla le differenze e rovescia le opposizioni.
    E’ un dio nomade, un dio barbaro pur essendo nato a Tebe. E’ un nativo e nello stesso tempo uno straniero d’oriente.
    E’ uno “straniero interno”: appartiene alla comunità e nello stesso tempo viene da lontano.
    Dioniso è “lo straniero dentro di noi”: è il nostro oriente e il nostro occidente, il nostro maschile e il nostro femminile. E quando combattiamo contro di lui, combattiamo contro il nostro inconscio.

    Non c’è catarsi finale in questa tragedia. Non c’è sguardo di comprensione o perdono da parte di Euripide.
    Egli osserva con lucida spietatezza le pulsioni feroci e le debolezze dei suoi personaggi che non consentono riscatto o assoluzione.
    Non è possibile sanare il conflitto tra il razionale e l’ irrazionale, tra l’umano e il divino, tra l’universo maschile e l’universo femminile.
    Alla fine della tragedia tutti i personaggi abbandonano Tebe. Sulla scena resta solo e insepolto il corpo smembrato di Penteo, misero capro espiatorio di un inutile sacrificio…
    Il pubblico, che ha assistito, “separato”, alla rappresentazione, uscendo dal teatro tornerà a “ri-unirsi” per ricominciare a vivere , nella realtà, l’eterna dialettica tra diversi. Tra uomini e donne. Ognuno, forse, con la nostalgia di un altrove assoluto.

    Giuseppe Emiliani

    Laura Marinoni Dioniso
    Virgilio Zernitz Cadmo e Primo Messaggero
    Marcello Bartoli Tiresia e Secondo Messaggero
    Francesco Migliaccio Penteo
    Dely De Majo Prima Baccante
    Susanna Costaglione Seconda Baccante e Agave