• 10 dicembre 1992 12:28
  • Scritto nel 1668, cinque anni prima della morte di Molière, L’ Avaro è uno dei più grandi testi deI teatro di tutti i tempi e si incentra sul personaggio di Arpagone, la più impressionante figurazione dell’avarizia, più ricca di Euclione, il protagonista de L’aulularia di Plauto a cui Molière si ispirò per la stesura del suo capolavoro. Euclione, come uomo, è semplicemente un sordido avaro, come personaggio vive difetti comici e del suo comico destino di rimanere smascherato e derubato; ma Arpagone è l’avarizia portata all’universale, filtrata per tutti i pori del suo essere; alla passione per il denaro che possiede si aggiunge quella per il denaro da conquistare, così che l’avaro diventa usuraio: e, a questa, ancora, la cupida sensualità, quasi un’avarizia della carne che fa di lui un unico torvo desiderio di preda, una folle avidità di possesso. Quando a Euclione rubano il tesoro egli non è più un maniaco sconfitto e deriso; Arpagone trionferà allora in tutta la sua potenza, superando l’effetto comico con il senso del tragico. E la sua forsennata persona grandeggia improvvisamente, imponendoci quel rispetto che si deve a tutto ciò che, in ogni campo, raggiunge i suoi estremi. La vera punizione di Arpagone non consisterà nella perdita di denaro, ma piuttosto nel rapido processo di dissoluzione che lo travolge dopo questo momento culminante. E all’ultimo, in questo personaggio grandioso non rimane che un povero vecchio avaro rientrato nell’ordine delle mediocri passioni umane. L’interpretazione registica di Gianfranco De Bosio non vuole sovrapporsi al testo, quanto dare una più attenta e scrupolosamente filologica lettura basata sulla traduzione di Patrizia Valduga e sulla grande interpretazione di Giulio Bosetti.