• 24 novembre 1998 14:43
  • Il regista Giuseppe Emiliani, da tempo affascinato dall’idea di mettere in scena un “romanzo teatrale” sul tema ottocen­tesco della “educazione sentimentale”, sogna da anni uno spettacolo teatrale “a puntate”. La trifogia di Zelinda e Lindoro di Carlo Goldoni è un grande affresco sulla malattia dell’amore. La tensione che vibra nelle vicende amorose dei due giovani è affidata alle contraddizioni interiori; nel ritmo della scrittura si respira già l’aria del­ l’età moderna, Goldoni sembra aver scoper­to un nuovo genere che riesce a “far ridere e piangere in egual piacere”, un nuovo stile che esalta lo spessore psicologico dei per­sonaggi. La commedia lagrimosa è definiti­vamente superata, siamo ormai a Rousseau, sul palcoscenico si affaccia il dramma bor­ghese e nelle tre commedie scritte da Goldoni in Francia tra il 1763 e il 1764, aleg­giano motivi preromantici.
    L’educazione sentimentale dei protagonisti è lunga e sinuosa. Nella prima commedia, Gli amori di Zelinda e Lindoro, due giova­ni di buona famiglia, caduti in miseria ed entrati al servizio del nobile don Roberto, dovranno superare mille difficoltà prima di potersi sposare. Nella seconda commedia. La gelosia di Lindoro, la giovane coppia di sposi è già in crisi perché Lindoro, malato di gelosia, è assillato dal timore angoscioso di perdere Zelinda. Convinto alla lìne del­l’esemplare fedeltà della moglie, nella terza commedia Le inquietudini di Zelinda, Lindoro pentito fa degli sforzi sovrumani per guarire dalla gelosia e affetta una fidu­cia che a Zelinda sembra indifferenza, così ella cerca in tutti i modi di ingelosirlo, per allontanare il dubbio che il marito non le voglia più bene.
    Tre commedie ricche d’avventure, intrec­cio e passione: un gioco alla Marivaux, fatto di ombre, sospetti assurdi, piccole cattive­rie, che esplora tutte le frange irrazionali dell’amore. Questo amore passionale, que­sta inquieta tristezza preannuncia l’Ottocento: una poetica nuova che percor­rerà il teatro dalle passionali evasioni romantiche alla lucida melanconia di Cechov.

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