• 24 novembre 2005 11:25
  • Con grande rispetto e altrettanta passione mi sono accostato a quello che ritengo un capolavoro assoluto della produzione goldoniana, optando sin dall’inizio per alcune scelte che hanno condizionato l’identità del progetto dei Teatri stabili del Veneto e di Catania. La prima scelta sta già nel titolo stesso del nostro spettacolo: La Tritogia della villeggiatura. Abbiamo infatti deciso di presentare le tre commedie Smanie, Avventure, Ritorno, in un’unica soluzione. I tre grandi registi che hanno messo in scena le commedie dal dopoguerra ad oggi in Italia hanno fatto ognuno scelte diverse. Strehler optò nel 1954 per la soluzione unitaria, costruendo un grande (oltre quattr’ ore e mezzo) e straordinario spettacolo, che fu poi riallestito prima a Vienna e poi a Parigi nella seconda metà degli anni ’70. Missiroli nel 1980 presentò un allestimento estivo in due puntate, destinate a diventare un ‘unica serata nella successiva tournée invernale e a tornare in due puntate nella versione televisiva. Infine Castri nel ’90 scelse la strada radicalmente opposta con le tre commedie allestite in tre stagioni successive. A noi è sembrato che la soluzione strehleriana fosse la più giusta e, nella sua infedeltà, la più fedele al progetto dell’autore. Come ci informa infatti Carmelo Alberti nel suo “Goldoni” (Salerno editrice, Roma 2004) le seconda e la terza puntata della Trilogia furono precedute da una settimana di repliche della “puntata” precedente. Particolare curioso: questi debutti avvennero nel 1761 nel Teatro di San Luca, ovvero in quello che, dopo molte trasformazioni, è oggi il Teatro Goldoni. La Trilogia, dunque, torna a casa, ma in questo ritorno appare assai cambiata. Non è infatti oggi possibile pretendere dal pubblico la pazienza di assistere, in un largo lasso di tempo, alle tre puntate di questo grande affresco, come avveniva nel ‘700. Abbiamo quindi scelto la strada della riduzione che certo dispiacerà a molti puristi (e noi stessi abbiamo sofferto operando alcuni tagli) ma privilegia una grande storia, con al centro la triste educazione sentimentale di quattro ragazzi e intorno i simboli di una classe sociale ritratta nell’attimo del suo apogeo, ovvero all’inizio del suo declino. Se quindi ci è sembrato giusto raccontare l’intero arco, non abbiamo dimenticato la lezione di Strehler che individuò nelle Smanie la giovinezza, nelle Avventure la maturità, e nel Ritorno la vecchiaia, quasi fossero un Sabato, domenica e lunedì ante-litteram. Uno dei più stimolanti lettori della Trilogia, Franco Fido (Nuova guida a Goldolli, Einaudi, Torino 2000) ritiene di individuare anche delle differenze linguistiche. Se infatti nelle Smanie Goldoni offre un pefetto saggio delle sue doti di costruttore di macchine teatrali, nelle Avventure e nel Ritorno, al meccanismo comico sembrano sostituirsi altre esigenze che, sotto le spinte del genere romanzesco e Larmoyant, allora di moda, portano Goldoni a precorrere Cechov e Ibsen. Un solo progetto, dunque, una sola storia, ma anche tre operazioni ben diverse tra di loro. Questo concetto ha guidato il nostro allestimento, insieme ad un altro, il più evidente, che ho finora taciuto per esporre prima la linea interpretativa di carattere più generale. Se infatti nelle Smanie manteniamo un’appena accennata ambientazione settecentesca, immersa in un quadro che sembra essere un film virato seppia, nelle Avventure varchiamo il Rubicone temporale e trasformiamo la vicenda in un film in bianco e nero anni ’60, per altro già anticipati in qualche accenno nelle Smanie; nel Ritorno andiamo ancora oltre e l’atmosfera diventa quella di uno strano film noir. So bene che con questa scelta rischio di scandalizzare la rispettabile posizione di chi è affezionato ad un Goldoni classico e che si domanderà “che bisogno c’era di stravolgere un capolavoro”? A questa domanda ho due risposte. La prima è che noi non stravolgiamo la Trilogia ma anzi crediamo di rispettarla profondamente; il nostro slittamento temporale permette, secondo noi, al testo di parlare più direttamente alle nostre coscienze, di presentare un Goldoni contemporaneo. E’ anche per questo che abbiamo spostato anche gli spazi della storia incorniciandola in uno scenario marino e mediterraneo, più vicino alla nostra attuale idea di villeggiatura. D’altra parte la Gran Bretagna è piena di Shakespeare con le ambientazioni più disparate, Epidauro o Siracusa ospitano da tempo i classici greci con ambientazioni contemporanee; non si capisce perché a Venezia Goldoni debba per forza rimanere ancorato alle parrucche e ai salottini con le boiserie. La nostra ambientazione non è d’altra parte frutto di un capriccio o della voglia di scandalizzare. La borghesia ritratta da Goldoni in una delle sue ultime fatiche veneziane è infatti una classe assai ricca ma che ha assunto molti dei difetti dell’aristocrazia e si avvia verso passaggi molto più oscuri. Esattamente come la borghesia italiana della metà degli anni ’60 che, orgogliosa di sé e del boom appena prodotto, non è consapevole di avere davanti gli anni di piombo. La differenza delle due ambientazioni sta nel grado di coinvolgimento del pubblico. Pochissimi di noi comprendono la differenza simbolica tra un costume 1740 e uno 1760. Con la nostra ambientazione abbiamo quindi voluto ridare vitalità ad uno scenario sociale che altrimenti ci risulterebbe pura decorazione. Non abbiamo però semplicemente “ambientato” la trilogia negli anni ’60, ma seguito e assecondato la differenza di stile dei tre testi, anche nelle atmosfere psicologiche ed esistenziali. All’allegra confusione delle Smanie, abbiamo sostituito la profonda malinconia – ben rappresentata dalle canzoni di Paoli, Tenco, Lauzi – delle Avventure, a cui si sovrappone nel Ritorno una vera e propria ansia esistenziale.
    Come abbiamo potuto trarre atmosfere di questo tipo da Goldoni? Semplicemente prendendolo assai sul serio. Come può non risultare malinconica la storia di quattro giovani che si amano appassionatamente tutti ma senza felicità di alcuno? Come può non generare ansia il matrimonio di due coppie che ancorano la propria vita al mantenimento di una parola data, anche se ciò comporta il calpestare le proprie naturali inclinazioni? Come può non far venire il magone l’addio di Giacinta alla sua città? Questo straordinario personaggio “più sincera e appassionata di Mirandolina, più intelligente e controllata di Eugenia”, affine ad Antigone e Ifigenia (secondo Fido) parte verso Genova, la stessa città dove farà poi scalo Goldoni nel suo viaggio d’esilio parigino. Come non prendere sul serio la sua controllata e dignitosa disperazione e accomunarla al senso di sconfitta con cui lo scrittore abbandonò la sua Patria?
    Abbiamo insomma fatto subire diversi scossoni a questo capolavoro, non per irriderlo ma semmai per troppo amore come chi rischia di strapazzare la propria amata per eccesso di passione. In questa impresa debbo ringraziare i due teatri Stabili che hanno creduto nel progetto di questo kolossal teatrale e della sua inusitata ambientazione. Debbo ringraziare gli attori del George Dandin, che, provando durante le repliche di questo spettacolo, non hanno percepito paga prove e ci hanno quindi aiutato a produrre un grande spettacolo al costo di uno medio.
    Non sempre un regista è coinvolto e si identifica in uno spettacolo, come questa volta mi è capitato. Il processo creativo diventa allora una vera e propria ebollizione nervosa. Grazie quindi a Francesca, che mi ha sopportato con amore, grazie a Gaia, con cui ho concepito questa regia “guardandoci negli occhi” e grazie a Laura, che mi ha protetto da tante ansie e il cui silenzio è stato caldo e assordante.

    Luca De Fusco