• 24 novembre 2005 10:49
  • L’autore a chi legge

    “Fra tutte le commedie da me sinora composte, starei per dire essere questa lo più mora, sembrerà ciò essere un paradosso a chi soltanto vorrà fermar­si a considerare il carattere della locandiera, e dirà anzi non aver io dipinto altrove una donna più lusinghiera, più pericolosa di questa …
    … Mirandolina fa altrui vedere come s’innamorano gli uomini …
    .. .Dice delle tronche parole, avanza degli sguardi, e senza ‘ch’ei se ne avveda, gli dà delle ferite mortali.
    Il pover’uomo conosce il pericolo, e lo vorrebbe fuggire, ma lo femmi­na accorta con due lagrimette l’arresta, e con uno svenimento l’atterra, lo precipi­ta, l’avvilisce …
    … Ma venutomi in mente, che coteste lusinghiere donne sogliono quando vedono ne’ loro lacci gli amanti, aspramente trattarli, ho voluto dar un esempio di questa barbara crudeltà.”

    Chissà se Goldoni costretto in esilio a Parigi dagli eventi, e proprio negli anni della storica Rivoluzione, ripensando alla padrona di locanda Mirandolina, non abbia riconosciuto profetico l’approdo che lui stesso ha designa­to alla sua grande protagonista.
    Infatti, come la Rivoluzione francese ha traghettato il vecchio mondo verso un rinnovamento, così “Mirandolina”, futura incarnazione di una intraprendente donna d’affari, spalanca la finestra al nuovo secolo e ne scara­venta fuori merletti, parrucche, jabeaux, tricorni e bautte; reperti di un Settecento in agonia.
    Si focalizza così la magia di un apparente darsi convegno nella locanda di tre prototipi: Marchese, Conte e Cavaliere, tre accaniti sostenitori di stemmi nobiliari, di albagie al suon di zecchini d’oro e di ciniche filosofie del disincanto.
    I malcapitati, resi ciechi da un Cupido malnato, offrono il collo alla mannaia della seduzione e dei ben recitati raggiri della lungimirante femmina, altro che le due comiche mestieranti della ipocrisia che, intrufolatesi nella locanda sotto teatrali spoglie si spacciano per alte dame!
    La lungimiranza di Mirandolina mascherata da lagrimuccie studiate, finezze sottomesse, svenimenti e altre civetterie muliebri, fa germogliare sul ceppo dei condannati il fiore dell’abilità organizzativa e del concreto calcolo: i nuovi aral­di di un Ottocento commerciale e borghese.
    Vita nuova, aria nuova!
    Questa è la fine e la fede matrimoniale che Mirandolina infila al dito di Fabrizio, suo cameriere fedele, giovane disposto a tutto, comprese le affaristiche pretese della padrona.

    GIANCARLO COBELLI