• 21 novembre 2006 16:51
  • Dopo il grande successo riscosso al 38. Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia, La donna serpente, fiaba tragicomica di Carlo Gozzi nell’allestimen­ to prodotto dall’Associazione Vortice – Teatro Fondamenta Nuove di Venezia con la Compagnia I Fratellini, il Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni e il Teatro Metastasio Stabile della Toscana, in collaborazione con l’Assessorato alla Produzione Culturale del Comune di Venezia e La Biennale di Venezia, inizia un’importante tournée.
    La donna serpente nella regia di Giuseppe Emiliani è un prezioso giocattolo teatrale che rivela una trascinante freschezza d’invenzione e un approccio assai originale. Coadiuvato dall’ingegnoso creatore di immagini Graziano Gregori, il regista sceglie di far rivivere il testo attraverso le immaginarie prove di un’ipotetica compagnia di attori degli anni trenta.
    Lo spettacolo è un trionfo di mutamenti scenici a vista, di alternanze improvvise tra luci e tenebre, di costumi esotici affastellati, di lazzi comici, magie, guerre, prove iniziatiche: un vero caleidoscopio di invenzioni.
    La trama è labirintica. La narrazione è articolata e il livello del racconto è complicato e deviato su più storie che solo nel lieto fine trovano un compimento che le riunisce. La grandezza di Gozzi consiste proprio nella capacità di dominare la complessità della vicenda. La fata Cherestani vuole farsi mortale per amore del re Farruscad, al quale ha celato la sua vera natura. Ma le altre fate, pur di tenerla con loro, sono disposte a tutto, anche a uccidere il re. Terribili prove attendono Farruscad (lotte con draghi, mostri, giganti e anche con se stesso) e se, nell’affrontarle, egli arriverà a maledire la moglie, questa si muterà in serpente per duecento anni.
    Così accade, infatti, e il sortilegio si compie. Ma Farruscad darà un bacio al serpente, ignaro del fatto che è Cherestani, la quale si libera, alla maniera di una crisalide, prima dei mantelli fateschi, poi della pelle di rettile, per riunirsi a lui in un’ultima, avvincente magia.
    Il gioco scenico ed espressivo dell’autore ha come evidenti obiettivi l’effimero spettacolare, l’ incantesimo, la metamorfosi, la composizione e la scomposizione magica, il “mirabile”. In questa fiaba così multiforme, dove la scatola magica del teatro rivela il suo incanto e le sue finzioni, Gozzi è abilissimo nel mutare continuamente il ritmo, alternando compressione ed esplosione, ironia comica e tensione drammatica.