• 24 settembre 2013 20:30
  • “Non mi sono serviti il mare e neanche la luna, per raccontare la mia favola, perché era ambientata negli appartamenti, negli scantinati dei negozi di alimentari, con il pavimento di cemento che faceva sempre quella sabbietta quando ci trascinavo i piedi sopra, ma completamente diversa dalla spiaggia dove stavo raccontando la mia favola.

    La luna quella sera era un sasso che riusciva a stare per aria. Era un sasso colorato dalla luce bianca e gialla, ne aveva talmente tanta di luce che il sasso sotto si scioglieva e faceva colare sull’acqua del mare una striscia bianca e gialla, la luce arrivava fino ai nostri piedi portata dalle onde.

    La luna quella sera era la rivincita dei sassi, uno capiva che se perfino un sasso ha il suo momento di gloria lassù in cielo, se esiste una luna così bella che in fin dei conti è soltanto un sasso, in quel momento mi rendevo conto che la luna non aiutava la mia favola, che era piena di soffitti e lampadine rotte.

    C’era una volta una ragazzina molto ingenua quasi minorata mentale, si chiamava Cristina.

    Cosa ridete, che è una storia triste.”

    Tiziano Scarpa

    Note di regia

    Anche questa volta “un posto veneto”.
    Qualcosa o, meglio, qualcuno che sento di conoscere come un parente.
    Questa volta Jesolo. Dopo un piccolo mondo alpino ecco un micro mondo marino. Sommerso. Violentato dal “fuori stagione”.
    C’è un filo conduttore fatto di geografie emotive, di periferie umane dove luogo e persone sono un unico organismo.
    Chi abita chi? Un paradosso.Un ambiguità.
    Gente luccicante piena di ruggine.
    Il teatro è un “posto” destinato a creare mille declinazioni di spazio al suo interno. Mi interessa il viaggio temporale e mentale che le storie permettono di fare.
    Il questo viaggio il posto non è una discoteca o un bagno della marina, ma una colonia estiva di ragazzi dove un giovane, appena uscito dal riformatorio, si ritrova a lavorare come aiuto cuoco.
    La colonia è un piccolo universo indipendente con regole, orari e giochi di relazione tutti suoi. Anche le dimensioni di questo posto sono alterate: pentoloni giganti che cuociono pastasciutte per trecento e piccoli piatti a misura di bambino. Tonnellate di peperoni gialli da tagliare e minuscole saponette.
    La deformità di una vita comune, con i suoi tic, le sue stranezze, i suoi orrori ci mette di fronte al “male quotidiano”.
    Il testo di T. Scarpa è per me un abito di crudeltà e leggerezza.
    Un abito carnivoro. Salato. Zuccherato. Da raccontare.
    Ora lo indosso.
    Cosa ridete, che è una storia triste.

    Marta Dalla Via