• 24 novembre 2002 12:29
  • Note di regia

    Una vecchia scatola magica, con l’appannato brillio di uno specchio ingiallito. In que­st’ antico carillon ogni figura si muove con una sua musica, la scatola è vecchia di secoli ma vi dev’ essere entrato qualche “spiffero” di modernità, che s’intuisce, ad esempio, da musiche che mescolano il Settecento a ritmi più recenti.
    Dentro la scatola si gioca, ad essere altri, a mescolare parola, canto, danza, perfino a ballare. Si gioca, insomma, al teatro. D’altra parte non parla di teatro la storia stessa rimasta rinchiusa nel carillon? I nostri per­sonaggi sono quasi un campionario del genere teatrale, ci sono quelli schiettamente comici (Trappola) e quelli larmoyant (Placida), figure fatte di cioccolata (Lisaura) e altre di zolfo (Pandolfo). Al centro di tutte le storie c’è Eugenio, un ragazzo pieno di difetti eppure simpatico, birbante e com­movente. La cifra di Eugenio è quella di tutto il buon teatro: l’ambiguità.
    Infine i due galli, i due capocomici. Don Marzio e Ridolfo rappresentano addirittura due tipi di teatro. Come due bambini, entrambi vogliono che dentro la scatola si faccia il loro gioco. Don Marzio è come uno di quei monellacci che riescono a ridere di tutto. Per lui il teatro è effetto puro, risata, sberleffo anche contro la verità. Ridolfo è invece uno di quei bambini che devono a tutti i costi comandare, che vogliono per forza instaurare un ordine, del quale loro sono ovviamente il perno. Per lui il teatro dev’ essere leggero ma probo, intrattenere il pubblico ma anche educarlo. Egli stesso parla della bottega del caffè come se fosse un ospedale. Due tipi così diversi non possono stare dentro la stessa scatola e infatti la nostra storia finisce con l’espulsione di Don Marzio. Mentre il gentiluomo napoletano esce dal carillon, è certamente un genere di teatro a cedere il passo all’altro. Non per sempre però, Don Marzio e Ridolfo, uomini soli, continueranno a fare carillon dai suoni assai diversi. E noi continueremo a dividerci tra gli amanti dei suoni chiassosi ed umori­stici e quelli dalle musiche ordinate e neo­-classiche. Un solo colore accomuna tutte le figurine della scatola: quello della malin­conia.

    Luca De Fusco

    La Commedia fu ideata e composta a Mantova nell’ aptile del 1750 dove fu rappresentata pet la prima volta il 2 maggio dello stesso anno, riscuotendo un grande successo, come avverrà anche a Milano e successivamente, tra l’autunno del ’50 e il carnevale dell’anno seguente a Venezia, al Teatro Sant’Angelo, dove ebbe dodici repliche. La versione rappresentata era in dialetto veneziano, ma la prima edizione, quella del tipografo Paperini di Firenze, venne tradotta in “italiano”; vennero poi abolite le maschere e i nomi Brighella e Arlecchino diventarono rispettivamente Ridolfo e Trappola.
    La commedia deriva da una prima prova abbozzata già nel 1736, intitolata La bottega da caffè, e fa parte del famoso gruppo di sedici Commedie promesse al Medebac. Di essa scrive così Carlo Goldoni:
    Quando composi da prima la presente Com­media, lo feci col Brighella e coll’Arlecchino, ed ebbe, a dir vero, felicissimo incontro per ogni parte. Ciò non ostante, dandola jo alle stampe, ho creduto meglio servire il Pubblico, rendendola più universale, cambiando in essa non solamente in toscano i due Personaggi suddetti, ma tre altri ancora, che col dialetto veneziano parlavano. Corse in Firenze una Commedia con simil titolo e con vari accidenti a questa simili, perché da questa copiati. Un amico mio di talento e di spirito fece prova di sua memoria; ma avendola uno o due volte sole veduta rappresentare in Milano, molte cose da lui inventate dovette per necessità framischiarvi. Donata ho all’amicizia la burla, ed ho lodato l’ingegno; nulladimeno, né voglio arrogarmi il buono che non è mio, né voglio che passi per mia qualche cosa che mi dispiace. Ho voluto pertanto informare il Pubblico di un simil fatto, perché confrontandosi la mia, che ora io stampo, con quella dell’amico suddetto, sia palese la verità, e ciascheduno profitti della sua porzione di lode, e della sua porzione di biasimo si contenti.
    Questa Commedia ha caratteri tanto universali, che in ogni luogo ove fu ella rappresentata, cre­devasi fatta sul conio degli originali riconosciuti. Il Maldicente fra gli altri trovò il suo prototipo da per tutto, e mi convenne soffrir talora, benché innocente, la taccia d’averlo maliziosamente copiato. No certamente, non son capace di farlo.

    ( … )

    I miei caratteri sono umani, sono verisimili, e forse veri, ma io li traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno in essi si riconosca. Quando ciò accade, non è mia colpa che il carattere tristo a quel vizioso somigli; ma colpa è del vizioso, che dal carattere ch’io dipingo, trovasi per sua sventura attaccato.
    Presi La Bottega da caffè dalla classe della citta­dinanza. Il luogo della scena, che mai non varia, merita qualche attenzione. Egli è una piazzetta della città di Venezia, in cui si vedono tre botteghe in faccia: Quella di mezzo è una bottega da caffè; quella che le sta a dritta è bottega da perruc­chiere; e l’altra è d’un biscazziere. Da una parte evvi fra due strade una picciola casa abitata da una Ballerina, e dall’altra una Locanda. Ecco un ‘unità di luogo esattissima. I rigoristi questa volta saranno di me contenti; ma lo saranno essi pure dell’azione? Non diranno essi forse che il soggetto di questa Commedia è complicato, e che l’interesse è diviso?
    A quelli che facessero tali discorsi potrei rispondere, ch’io nel titolo di questa Commedia non presento un ‘istoria, una passione, un carattere, ma una bottega da caffè, in cui si fanno molte azioni ad un tempo, e laddove molte persone son portate da varj interessi; e se ho la fortuna di stabilire un rapporto essenziale fra questi differenti oggetti e di renderli necessarj l’uno all’altro, credo d’aver adempito ai miei doveri, sormontando ancora maggiori difficoltà. Converrebbe leggere l’intiera Commedia per giu­dicarne: vi sono altrettanti caratteri, che perso­naggi. Quelle che fanno maggior figura sono due persone unite in matrimonio, delle quali il marito è posto sulla cattiva strada, e la moglie è virtuosa e paziente. Il padrone della bottega da caffè, uomo onesto, pronto a render servizio, ed officioso s’in­teressa per l’unione di questo matrimonio infelice, e perviene a corregger l’uno ed a rendere l’altra fortunata e contenta. Evvi un maldicente para­bolano, molto comico ed originale, che mostrasi appunto per uno di quei flagelli dell’umanità soliti ad inquietar tutti, e che annojando quanti venivano alla bottega da caffè, luogo della scena, inquietava soprattutto i due amici del caffettiere. Il maligno è punito; poiché scoprendo per ischerzo i monopolj del tristo biscazziere che teneva giuoco accanto al caffè, questo sciagurato è fatto prigio­niere, ed il ciarlone maledico è vilipeso e scacciato dalla bottega qual delatore.
    Questa Commedia ebbe un incontro fortuna­tissimo: l’unione ed il contrasto de’ caratteri non poteva mancar di piacere; e quello del maldi­cente era applicato a molte persone già note. Una fra le altre se la prese molto contro di me, fui minacciato, e parlavasi di stoccate, di coltellate e di pistolettate; ma curiosi forse di veder sedici Commedie nuove in un anno, mi diedero il tempo di terminarle.