• 24 novembre 2001 12:48
  • Andrea o i ricongiunti è uno dei più affascinanti e misteriosi romanzi incompiuti del nostro tempo. Il libro è oggetto di culto per molti dei lettori che ci si sono soffermati non superficialmente. Da circa venti anni penso di trasformare questa materia informe e indecifrabile in uno spettacolo teatrale. Ho raccolto in questo lungo lasso di tempo appassionati incoraggiamenti e altrettanto intensi consigli a non cimentarmi in un’impresa così ardua. Perché tutto ciò che circonda questo gioiello nascosto della letteratura europea dei primi del ‘900 appare sotto le insegne del fascino e insieme dell’ardua sfida? La risposta sta ovviamente nelle pagine compiute della prima parte e soprattutto negli appunti folgoranti, visionari, fantastici della parte rimasta incompiuta. Il Viaggio a Venezia che il giovane viennese Andrea compie alla fine del 700, è innanzitutto un percorso di formazione ma anche la scoperta dell’altro da sé, sia dal punto di vista culturale-antropologico, sia da quello psicoanalitico. Il primo aspetto è incentrato su Venezia come inizio del sud del mondo, come porta dell’Oriente, come soglia di confine, insomma, tra le due grandi culture occidentali, quella mitteleuropea da cui il giovane proviene, e quella mediterranea che si schiude davanti a lui Ecco che la misteriosa espressione i ricongiunti assume da quest’ottica il significato di una integrazione antropologica: Hoffmannsthal sembra augurarsi il ricongiungimento delle due grandi culture europee, nel luogo eletto per la loro confluenza, Venezia. Ma i ricongiunti significa anche un ricongiungimento psicoanalitico e addirittura esoterico, quello tra SuperIo ed Es, tra Razionalità e Inconscio, tra Sole e Luna. Si potrebbe superficialmente sostenere che il giovane Andrea, inesperto e ancora vergine, vada a Venezia semplicemente per scoprire l’eros, il proprio lato più lunare e inconscio. Ma questo è solo un aspetto del suo viaggio; Andrea va a Venezia durante il Carnevale perché «lì sono quasi sempre tutti in maschera», va cioè a scoprire innanzitutto il Teatro e tramite esso la molteplicità e l’inafferrabilità del reale. Ricordiamo brevemente l’intreccio. Andrea arriva a Venezia dopo una prima sosta a Castel Finazzer, una località di montagna dove incontra Romana, la fanciulla a cui mai smetterà di pensare durante tutto il viaggio. Non fa a tempo a innamorarsi che è costretto a fuggire precipitosamente dalla località in cui il suo malvagio servo Gotthilf lo ha messo in pessima luce derubando e distruggendo. E’ proprio Romana che lo invita a non farsi carico delle disgrazie procurate dal suo servo e a proseguire il suo viaggio. A Venezia, in questo romanzo dove tutto è doppio e dove ogni personaggio conosce una sua replica o rifrazione, Andrea conosce in realtà due città. La prima è quella leggiadra, libertina, tra Goldoni e Casanova, rappresentata da una famiglia di nobili decaduti trasformati in teatranti, quella del conte Prampero e dalle sue deliziose figliole. Andrea si innamora della splendida cortigiana Nina e fa invece innamorare la disinibita ma ancora acerba Zustina. Ma è la seconda Venezia, la più oscura ed esoterica il vero centro irrisolto del romanzo, la parte talmente conturbante da aver bloccato in Hoffmannsth alla stesura del lavoro, tanto da lasciarlo incompiuto. A Venezia infatti, Andrea trova una sorta di padre spirituale: Sacramozo, Cavaliere di Malta, autoritratto cifrato dell’autore. Il Cavaliere è un raffinato gentiluomo, grande aristocratico, dedito a riflessioni filosofiche e pratiche esoteriche; egli mostrerà ad Andrea un’altra Venezia, non quella lieve e leggiadra dei Prampero ma una città notturna, labirintica in cui le figure mascherate che s’incontrano non alludono più alla gioiosa Commedia dell’Arte ma a mascheramenti di identità più sottili ed inquietanti. Andrea conosce allora due donne, Maria e Mariquita, che sembrano unite da un misterioso legame ma sono contemporaneamente l’una l’opposto dell’altra. Mariquita è una spagnola sfrenata e peccatrice: canta e balla per le strade, si concede sfrenatamehte a chiunque, invita Andrea alla scoperta delle gioie dell’eros. Maria invece è una vedova mistica ed esangue. Vive chiusa nella sua stanza in continuo dialogo con Dio. In modo enigmatico e sottile il Cavaliere di Malta introduce Andrea all’amore con queste due donne. Negli ultimi appunti si capisce che Maria e Mariquita sono in realtà due diverse forme della stessa persona e che Andrea amandole entrambe può finalmente riunirle, ricongiungerle . . . Dalle note finali sembra anche di intravedere un ultimo significato alla parola ricongiunti: dopo aver riunificato Maria e Mariquita e dopo aver visto il Cavaliere di Malta rinunciare alla vita, perché ritiene di aver stoicamente esaurito la sua missione sulla terra, Andrea doveva tornare da Romana e ricongiungersi a lei. Questo ultimo ricongiungimento è il più significativo, innanzitutto perché Romana, fin dal suo nome, rappresenta quella latinità che il giovane mitteleuropeo è andato a scoprire nel suo viaggio a Venezia ed inoltre perché Romana si è fin dall’inizio presentata come il principio e la fine di un percorso circolare. Questa vicenda ci è raccontata prima per esteso in maniera lieve e scorrevole, secondo il motto hoffmannsthaliano «dove nascondere la profondità? Dietro la superficie». Tale scorrevole e limpida narrazione non va oltre la presentazione dei tre personaggi più misteriosi a cui abbiamo prima accennato. Molti studiosi sostengono che la parte più inquietante del romanzo sia stata volutamente lasciata incompiuta dall’autore. Egli infatti aveva sostenuto già nella sua giovanile Lettera a Lord Chandos che ciò che veramente conta è inesprimibile, che la parola cioè non riesce ad esprimere i profondi moti dell’anima. Se prova a farlo, se cerca cioè di far affiorare in superficie la materia incandescente che cova nel nostro inconscio finisce per banalizzare e volgarizzare proprio i contenuti che vuole esprimere. Da questo spunto nasce l’idea dello spettacolo: abbiamo cercato di mescolare insieme prosa, musica, danza, di scegliere il linguaggio artistico di volta in volta più adatto al contenuto poetico da esprimere. Se all’inizio la musica e la danza accompagnano una vicenda narrata sostanzialmente attraverso la prosa, in seguito le arti non verbali prenderanno il sopravvento e si incaricheranno di esprimere l’intreccio e i contenuti poetici dell’ultima parte, quella che Hoffmannsthal aveva ritenuta non adatta alle parole. Sono perfettamente consapevole del carattere estremamente ambizioso e azzardato di questo progetto che prova a concludere una storia che nemmeno l’autore stesso terminò e tenta una nuova mescolanza tra le arti. Se naturalmente il progetto è personale e quindi inevitabilmente arbitrario, trova d’altra parte le sue ragioni in un profondo amore per l’autore che fu d’altra parte fondatore del Festival di Salisburgo, sommo librettista d’opera per Strauss, autore di saggi illuminanti sull’importanza della musica e della danza. Abbiamo dato allo spettacolo la forma di “doppio sogno”: Andrea e Romana immaginano insieme la vicenda narrata, con il primo sballottato tra una creatura grottesca e una presenza fantasmagorica, e la seconda spezzettata in tutte le figure femminili che affascinano Andrea. Ciò mi sembra in linea con un grande contemporaneo di Hofffmansthal Arthur Schnitzler, che nel suo Doppio sogno immagina proprio una notte onirica e simmetrica di una coppia. E’ d’altra parte lo stesso Hoffmannsthal ad autorizzare una lettura altamente onirica del suo libro. Gabriella Bemporad, la grande studiosa dello scrittore, nella sua illuminante postfazione dell’edizione Adelphi, lo dice espressamente: «Tutto il romanzo si può leggere come un sogno». Noi abbiamo proseguito in questa direzione, abbiamo quindi messo un letto al centro della scena, abbiamo circondato di immagini e di fantasmagorie questo letto aprendo e chiudendo lo spettacolo in maniera circolare; Andrea e Romana che dormono insieme. Ecco perché Romana non è solo se stessa ma anche Zustina, Maria, Mariquita e Nina, ecco perché, come nei sogni, il Cavaliere buono somiglia tanto a quello cattivo, la madre di Romana sembra proprio uguale a quella di Zustina e insomma tutti i personaggi sembrano rispondere ad archetipi che si annidano nell’inconscio e non a dinamiche psicologiche e naturalistiche. Mi sia consentita infine una considerazione di carattere personale: da circa venti anni desidero mettere in scena Andrea o I ricongiunti; ho addirittura dato il nome del protagonista del romanzo al mio primo figlio. Mi accorgo ora che era molto più piacevole cullarsi nel fantasticare un progetto impossibile che doverlo realizzare veramente. La forza del caso, prima con la mia nomina allo Stabile del Veneto, poi con la straordinaria disponibilità alla collaborazione della Fenice di Venezia e dell’Arena di Verona, ed infine l’approdo di questo progetto in quello straordinario Teatro del Mondo che è l’Olimpico di Vicenza, hanno reso realtà ciò che ho spesso creduto rimanesse soltanto una fantasticheria. Allo Stabile del Veneto, a quello d’Abruzzo, al Gran Teatro La Fenice, alla Fondazione Arena di Verona e al Teatro Olimpico di Vicenza, agli attori, ai collaboratori e ai tecnici coinvolti, va il mio ringraziamento per avermi aiutato a realizzare un sogno.

    Luca De Fusco