• 24 novembre 2005 11:12
  • Ne Il malato immaginario ho avuto sempre la sensazione che Molière non fosse più interessato, come nelle precedenti commedie, tanto alla coerenza e alla perfezione del testo quanto alla assoluta ricerca di libertà.
    Sganciare la scrittura dalle rigide convenzioni della logica teatrale per seguire la fantasia e il cuore.
    L’incanto del Malato sta proprio nella sua ricercata imperfezione, nella sua inesattezza; i personaggi appaiono fugacemente in scena per uscirne senza lasciare traccia come fossero inghiottiti dal nulla, accompagnati dalla meravigliosa libertà di essere solo un momento, senza causa né effetto.
    Su tutti la figura indecifrabile di Argante, uomo senza passato e senza futuro, condannato a rimanere prigioniero del suo psicotico rifugio, circondato da figure che forse lui stesso immagina o crea, nel bisogno assoluto di dissimulare la paura del reale.
    Non ci è dato sapere se tutto quello che vediamo sia vero o sognato, e proprio in questo sta l’immaginazione del Malato che assume in sé le paure e le fobie di tutti noi, lo sgomento che ci provoca l’ignoto, owero la vita.
    Un viaggio nella libertà e nella fantasia, questo vuole il nostro Malato e sia io che Francesca che Massimo abbiamo provato gioia nel farlo.

    Guglielmo Ferro

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