• 10 dicembre 1994 12:11
  • La vita di Molière è contrassegnata da inquietanti coincidenze: è per questo che Il malato immaginario risulta quasi un epilogo mal immaginato; dappri­ma, infatti, l’opera è ideata come una grande rappresentazione coreografica da eseguirsi a Versailles davanti al suo re, Luigi XlV, il cui favore si era già notevolmente incrinato. Ma la commedia non ottiene l’approvazione per la pressante ingerenza di Jean-Baptiste Lulli, il musicista di origine italiana che aveva collaborato alle precedenti comédies-ballets molieriane. Così l’ultimo lavoro è il primo a non essere presentato al sovrano. Nel 1672 i segni della crisi e la stanchezza per le troppe avversità diventano insoppor­tabili; dopo la morte di Madeleine Béjart, altri dispiaceri e altre amarezze finiscono per fìaccare la fiducia e la resistenza del commediografo. l nemici sono cresciuti a vista d’occhio, come accade nei momenti difficili. Eppure Molière insiste, caparbia­mente, nel voler andare in scena, nonostan­te tutto, con il suo nuovo lavoro sulla malat­tia. Ma il suo viaggio comico nelle regioni della medicina si arresta definitivamente con Il malato immaginario.
    Il malato immaginario va in scena al Palais Royal il 10 febbraio 1673: è l’ultima commedia di Molière, scritta prima di morire, poche ore dopo aver recitato per la quarta volta nel ruolo di Argante. L’ossessiva convinzione che porta quel personaggio a sen­tirsi assalito da fantasiosi malanni, permette a Molière di proporre direttamente sul palcoscenico la “radiografia” di un malato.
    Una figura scoperta e lineare come Argante produce un effetto immediato sugli spettatori del suo tempo, perché anch’ essi vivono in una società di grandi malati, in un secolo che amplifica il rito della morte, costruendo apparati funebri incredibili, quasi per esor­cizzare il timore della fine. Il malato immaginario è, anche, un’opera sul teatro e sui meccanismi della fìnzione: dall’inizio alla fine intorno ad Argante si stabilisce un intreccio di relazioni fra gli attori protagoni­sti, che si basa prevalentemente sulla men­zogna. Si ha, così, la sensazione che dalla vita si passi, continuamente, al gioco del teatro: solo alla fine i due ambiti coincideranno, Intanto, però, davanti agli occhi degli spet­tatori si snodano i temi cari alla drammatur­gia di Molière: la mistilicazione dei medici, i sotterfugi degli innamorati, l’astuzia dei servi, i contrasti fra genitori e figli. Nel momento in cui, esaltando la sua sofferta propensione a ridere sul male di vivere, il commediografo francese sembra racchiude­re nel disegno di un testo il consuntivo di una lunga esperienza teatrale, una crisi di tosse e uno sbocco di sangue concludono in prossimità della scena, con una delle più avvin­centi esperienze teatrali di tutti i tempi.

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