• 21 febbraio 2007 16:05
  • In occasione delle celebrazioni per il bicentenario della scomparsa di Carlo Gozzi (1720-1806), si è voluto rendere omaggio al suo ingegno mettendo in scena questo spettacolo liberamente tratto dalla sua opera teatrale Il corvo.
    Nella pièce, composta da un’alternanza di versi e prosa, si intrecciano il genere tragico e il grottesco, in un avvicendamento di registri che spaziano da «il più cruschevole linguaggio italiano […] al più rude e triviale vernacolo veneziano», consentendo di valersi de «la libertà della commedia dell’arte» e de «il rigore del teatro classico».
    Per restare fedeli alla poetica dell’autore, la compagnia ha realizzato uno spettacolo di matrice fiabesca, dalle suggestioni esotiche, in cui l’espressione scenica trasfigura la realtà enfatizzandone gli aspetti antitetici, cercando nel contempo la cifra stilistica capace di ricondurre a unità formale tali aspetti irriducibili.
    Lallestimento si è avvalso delle risorse proprie di differenti discipline: la primordiale incisività della Commedia dell’Arte, l’essenziale eloquenza del gesto danzato, valorizza­ te dalla potenza evocativa della musica.

    Note di regia
    […] Qualche anno fa mi capitò per caso tra le mani Il corvo di Carlo Gozzi, favola tragicomica, che conteneva tutti quei personaggi fantastici che popolavano i miei ricordi di bambino e inoltre le maschere l’altra mia grande passione, che mi accompagna e ispira da ormai vent’anni. Mi tornarono alla mente allora le parole di Jacques Lecoque «la Commedia dell’Arte è l’infanzia del teatro”, e così cominciò a germogliare il mio progetto, uno spettacolo che facesse rivivere la mia infanzia e che, di riflesso, come in uno specchio, consentisse al pubblico di fantasticare.
    Il fortunato incontro poi, nel 2002, con il maestro Benno Besson, grande estimatore del teatro gozziano e regista di molti suoi testi, mi diede gli strumenti per la mia messa in scena. Fu grazie a lui e all’opportunità datami di assistere all’allestimento de L’amore delle tre melarance, che compresi con quale poetica, semplicità e gioco fosse possibile rappresentare le mirabolanti favole di questo autore, non sempre apprezzato dai suoi contemporanei, che dedicò al teatro tutta la sua vita.
    In un tempo in cui non c’è più posto per le favole prende vita il nostro Corvo per contraddire questa tendenza, per opporsi a un mondo senza più ideali e permettere ancora al pubblico di sognare una società migliore, dove il Bene e il Male si confrontano e le maledizioni talvolta si sciolgono per lasciare trionfare l’Amore.

    Michele Modesto Casarin

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