• 24 novembre 2002 12:14
  • L’argomento del primo dramma di Euripide a lieto fine (rappresentato verso il 414 a.c.) viene ripreso da Goethe fra il 1779 (prima versione in prosa) e il 1787 (stesura in versi) durante il suo viaggio in Italia. La dea Artemide rapisce Ifigenia, figlia di Agamennone re di Sparta, e la conduce nel paese dei Tauri eleggendola a sacerdotessa del suo tempio dove si pratica il culto cruento del sacrificio degli stranieri. Approfittando del suo ascendente sul re Toante, riesce a fargli sospendere questa crudele usanza. Il re, innamoratosi di lei, le offre di dividere il trono, ma Ifigenia rifiuta. Toante irritato dà ordine di riprendere i sacrifici umani. Le due prime vittime devono essere due greci che la tempesta ha gettato sulle coste di Tauride e in cui Ifigenia riconosce suo fratello Oreste con l’amico Pilade e con i quali alla fine ella riuscirà a partire.
    Nella tragedia di Euripide Ifigenia fugge con Oreste e Pilade dopo aver ingannato Toante; nell’ opera di Goethe il re, piegato dalle suppliche di Ifigenia, lascia i tre liberi di andarsene. È proprio nel finale che si riconosce un’ e­vidente diversità, i cui caratteri distintivi si individuano nel rilievo dato alla bontà e alla serenità di Ifigenia e nell’idea del trionfo della rinuncia.
    Nel corso di un viaggio in Italia del 1784, Goethe trascrive in versi una prima versione della sua Ifigenia in Tauride, che aveva scritto in prosa a Weimar. È a Roma che il poeta fa lettura ai suoi amici della versione definitiva dell’ opera. Con Goethe, siamo alla fine del sangue versato e della discesa agli inferi dell’uomo davanti all’uomo. La tragedia si allontana. La prima preoccupazione della sacer­dotessa Ifigenia è stata di ottenere dal re Toante la soppres­sione dei sacrifici umani nel tempio di Artemide. E di fronte alla follia di Oreste, ossessionato dalle Erinni dopo il suo matricidio, di fronte alle oscure insidie del vecchio re Toante, lei vuole solo ristabilire il regno della ragione, della padronanza di sé, del rispetto per la vita. Con lei, Goethe, anche se torna a ribadire i rischi d’inumanità degli dei e dei re, celebra anche il potere di superarli. Ifigenia non cede né al desiderio di morte di suo fratello Oreste, né ai trucchi di Pilade (qui il degno emulo di Ulisse), né al ritorno delle pulsioni tiranniche del re Toante. Lei non si abbandona mai per troppo tempo nemmeno all’infinita stanchezza dovuta al suo esilio e alle sventure degli Atridi, la sua famiglia. Affronta la sua condizione indecifrabile di morta-vivente, in questa Tauride aldilà rispetto alle civiltà e ai tempi. Per finire, lei afferma con la sua dolcezza, la sua fragilità e l’inflessibile volontà di una novella Antigone, il potere degli uomini di scegliere il loro destino, di conquistare la loro libertà contro le tenebre della passione e il capriccio degli dei. Che fare dell’ottimismo goethiano oggi, all’inizio di questo ventunesimo secolo infestato ancora dal ritorno periodico dei genocidi, delle soluzioni finali, dei terro­rismi, dei gulag, delle esplosioni atomiche e dell’insidiosa abitudine agli squilibri sociali, alle carestie, le epidemie, la siccità, la disoccupazione, gli spostamenti di popoli, le minacce biogenetiche e biogeografiche? Dopo i dolori del giovane Werther, dopo il fascino-repulsione per la rivo­luzione francese e la nascita di un’ Europa borghese ai piedi di Napoleone, Goethe sembra voltare le spalle alla Storia. La sua vita, la sua opera si costruiranno senza di Lei, se non contro di Lei. Il suo progetto sarà quello di accedere all’universalità, alla atemporalità di una saggezza venuta da Atene e riattualizzata a Weimar. L’ umanesimo goethiano non è una grazia di stato. Egli non procede né da un incorreggibile approccio naif, né dai trucchi della malafede. Questo umanesimo è una conquista. Giorno dopo giorno, sopravvive ai mostri della notte e delle luci­dità assassine. È la vittoria, mai definitivamente acquisita, sull’assurdità tragica delle nostre condizioni umane. Ma Goethe è ancora nostro contemporaneo? Abbiamo ancora da imparare da lui? Abbiamo ancora delle questioni da porgli, delle risposte da attenderci? O bisogna rassegnarci a vedere in lui un genio del suo tempo, legato alla sua contemporaneità e a una concezione troppo idealista dell’Arte e della Conoscenza? È ciò che dovrà insegnarci questo viaggio in Tauride.

    Jacques Lassalle