• 24 novembre 2001 12:35
  • Perché un Teatro Stabile si occupa di Casanova? Siamo abituati a vedere il grande Giacomo in film, sceneggiati televisivi, boutique turistiche.
    Se si compie una navigazione internet sulla parola “Casanova”, si scopre una lista sterminata di ristoranti, pornoshop, locali notturni e quant’altro.
    Noi vorremmo invece restituire Casanova a se stesso, ricordare ai veneti e agli italiani del secondo millennio che Giacomo Casanova fu innanzittutto un grande scrittore, autore, secondo Giacinto Spagnoletti, del “più importante romanzo italiano del Settecento”.
    Il fatto poi che questo romanzo italiano sia stato scritto in francese è sintomatico in senso generale della straordinaria contiguità tra cultura veneziana e cultura francese ed è anche indicativo, ragionando sul nostro caso specifico, di come Casanova sia stato di fatto uno degli “ufficiali di collegamento” tra le due culture e le due nazioni.
    Se è vero che Casanova è stato un grande scrittore, non c’è altrettanto dubbio che egli abbia vissuto la propria vita come un’opera d’arte.
    È quindi del tutto legittimo ispirarsi alla sua vita e a un brano di “Storia della mia vita” per fare uno spettacolo teatrale.
    Quando la letteratura “colta” è tornata a riflettere sulla figura di Casanova lo ha fatto celebrandone elegicamente l’autunno: si pensi al “Ritorno di Casanova” di Shnitzler, alla commedia “Casanova spa” dello stesso autore (che io riscoprii nel 1987 per il Teatro Stabile di Trieste), a “L’avventuriero e la cantante” di Hofmannsthal, che fu uno dei più riusciti spettacoli di Veneto Teatro.
    In questo caso noi abbiamo scelto di ricordare un celebre episodio della fase giovanile della vita di Casanova in cui si profila già il suo carattere.
    Giacomo può sembrare più contemporaneo a noi con le inquietezze, gli sbalzi improvvisi di umore, le curiosità e le ingenuità tipiche di un giovane uomo.
    Siamo quindi convinti che questo giovane Casanova possa mostrarsi più contemporaneo, più vicino ai suoi coetanei di oggi di quanto il decadente mitico autunnale libertino possa essere oggetto di identificazione per i suoi coetanei del giorno d’oggi.
    Tuttavia I Venexiani non racconta soltanto di Casanova, ma anche di una straordinaria figura femminile: quella della Monaca M.M..
    Schiere di studiosi di Casanova si sono accapigliati nel tentativo di definire l’identità di questa misteriosa signora. Noi non sappiamo a quale cognome nobiliare veneziano corrisponda l’enigmatica M del suo cognome.
    Sappiamo però che M.M. è una sorta di Monaca di Monza laica e settecentesca, una donna che si rende padrona del proprio destino, che possiamo giudicare perversa e peccatrice, ma che esercita su di noi ancora un grande fascino basato sulla sua modernità, sulla sua intelligenza, sul fatto che non le resta che una disperata solitudine alla fine di questa intricata e appassionante vicenda.
    Ancora una volta, come ne Il viaggio a Venezia, nessuna delle figure è realmente protagonista. Se nello spettacolo tratto da Hofmannsthal vero fulcro del racconto era la città, intesa come labirinto magico ed esoterico, qui protagonisti sono i venexiani, un gruppo di persone disinibite oltre il lecito, ma vive, palpitanti che intendono ragionare con la propria testa ed essere padroni del proprio destino.
    Se nel Viaggio a Venezia s’intuisce come doveva essere vissuta la città dai grandi decadenti dei primi del Novecento (da Hofmannsthal a Mann di Morte a Venezia), in questo testo vorremmo invece che si intuisse quanto doveva essere vivace, cosmopolita, moderna la Venezia del Settecento, un luogo che doveva far pensare molto di più alla Manhattan dei giorni nostri piuttosto che all’affascinante malinconica oasi che la città è diventata all’inizio di questo nuovo millennio.

    Luca De Fusco