• 10 dicembre 1994 12:04
  • “Il tempo è fuori sesto. Maledetto destino essere nato perché quadri ancora”. E’ in questa frase, nel grande tema del passag­gio fra un’epoca e un’altra, nell’incontro fra due diversissime generazioni, il nucleo cen­trale secondo Benno Besson dell’Amleto, anzi dell’Hamlet di William Shakespeare. Prodotto dal Teatro di Genova e dal Teatro Stabile del Veneto, Hamlet è diretto da uno dei maestri della scena europea, Benno Besson, qui al suo terzo impegno con lo Stabile genovese dopo, Mille franchi di ricompensa e Tuttosà e Chebestia.
    Bessun ha voluto impostare il suo lavoro su una compagnia giovane proprio a sottoli­neare il discorso generazionale a cui si accennava prima: un mondo nuovo, giova­ne, colto, razionale, il nascente mondo elisa­bettiano a cui appartengono Hamlet, Claudius, la regina, Orazio, smarrito davanti al crollo del mondo barbaro e guerriero, legato a superate regole cavalleresche, il mondo del padre di Hamlet e di Polonius. Per questi due ruoli è stato chiamato Eros Pagni, l’attore più “vecchio” della compa­gnia; la Regina, sole di autorità e di prestigio sociale attorno a cui ruota tutta la corte, è interpretata da Elisabetta Gardini; Hamlet dal giovane Sergio Romano.
    E quindi altri ruoli tutti per attori giovarti (dodici dei quali ex allievi della Scuola di Recitazione del Teatro di Genova). A loro è affidato il compito di raccontare la storia del principe di Danimarca sbarazzandola, come dice Besson, da tutti i pregiudizi che si sono accumulati da più di tre secoli e che sono di temibile solidità.
    L’Hamlet di Besson presenta quindi molti motivi di novità, fra i quali un Hamlet che non recita la sua follia ma che matto lo è davvero, squilibrato dall’impossibilità di rimettere insieme sia la sua privata vicenda che il tempo che vive; oppure una comicità che emerge da ogni situazione, anche la più tragica, un contrappunto continuo fra dramma e comico, una lettura inaspettata per storia scenica di Amleto.

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