• 24 novembre 2003 11:46
  • Ho sempre pensato che i meccanismi crudeli e ripetitivi delle farse di Molière somiglino molto a quelli dell’incubo. Come non definire onirico il meccanismo che porta un marito tradito a cercare continuamente di smascherare la moglie senza riuscirci e addirittura ritrovandosi sempre nei panni del colpevole invece che della vittima? Se il tema è poi, appunto, quello del tradimanto non si può non pensare quanto sia autobiografico per il grande commediografo francese, il quale visse un matrimonio tormentato dalle continue infedeltà della giovane moglie Armande. L’ossessione delle “corna” non è quindi solo del povero George Dandin (e di tanti altri protagonisti molièriani) ma anche del suo autore. Abbiamo quindi immaginato la secca, brutale storia del George Dandin come un terribile sogno del protagonista, il quale vede il proprio letto trasformarsi in una scomoda scala-scatola magica da cui escono tutti i personaggi che gli si contrappongono. Essi non solo aggressivi e malevoli ma addirittura un po’ mostruosi, tanto da assomigliare a strani e beffardi uccelli. Pensando alla vita di Molière abbiamo cercato, con Lello Arena, di disegnare un Dandin anche innamorato oltre che perennemente furioso, come la tradizione richiede. Il nostro Dandin è una sorta di bambino non cresciuto che vorrebbe vedere in Angelica ciò che il suo nome promette ma non mantiene. Il sogno di Dandin ha quindi l’andamento di una storia infantile, quasi di una favola, dominata visivamente da un’ altra ossessione, quella del colore blu, il colore del sangue della sua amatissima moglie, croce e delizia della sua vita.
    Lo spettacolo è aperto e concluso da un Molière apocrifo, citato cioè in un libello anonimo contro sua moglie, stampato alla sua morte.
    Con le sue frasi conclusive sull’ amore questo Molière, forse vero, certamente inverosimile, si affianca talmente al suo protagonista da finire col sovrapporsi.

    Luca De Fusco