• 12 gennaio 2011 17:25
  • Una lunga catena di parole, una lotta senza scampo tra due amanti e il Dio che tra essi si frappone, una strenua volontà di sapere. Questo primo studio presenta un’Erodiade ridotta alla sua essenza, privata di ogni orpello scenico, una messa in scena nuda e feroce, come nudo e feroce è l’animo di Erodiade. Bestia sovrumana, che crea e ricrea nel gesto tutto ciò che la circonda. Male eterno che flagella come monito costante di perdizione la specie umana, e, creatura tutta umana, aspirazione permanente e incerta al bene, fragile ferita esposta all’abisso crudele e insensato della luce, dell’amore. Nel vuoto di questa reggia immaginaria si apre il baratro dell’assurdo di Dio. Lo spazio risuona e risente del silenzio del Suo abbandono. Eppure, nell’attimo stesso in cui l’anima cede alla tentazione del niente, la parola decade, preda del dubbio che si manifesti, per gli umani, l’inattesa coincidenza tra Dio e una rara e faticosa possibilità d’amore.

    Testori definì Erodiade “una figura a metà fra il Dio astratto e quello incarnato”. Sola sulla scena, Erodiade, antica concubina di Erode, si rivolge ora alla testa di San Giovanni, ora all’autore, rivelando le vere motivazioni della decollazione del Battista. E’ stata lei a spingere la figlia Salomè tra le braccia di Erode e a chiederle la testa di Giovanni, colpevole di aver rifiutato il suo amore. Completamente identificata nella sua passione impossibile, Erodiade sfida il Dio di Giovanni e cerca la morte in scena. Composta tra il 1967 e il 1968, Erodiade fu pubblicata per la prima volta nel 1969 e quindi rielaborata nel 1984 fino al rifacimento dell’ “Erodiàs”, inclusa nel “Corpus dei Tre Lai”.

    Pierpaolo Sepe

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