• 21 novembre 2007 11:53
  • Per la tragedia greca non esiste una vera e propria tradizione interpretativa. Noi sappiamo, o crediamo di sapere, come Molière metteva in scena sé stesso o come Goldoni anticipava la figura del regista, scrivendo e mettendo in scena delle macchine perfette, dove non si può alterare un elemento senza farla inceppare. Abbiamo anche un’ idea su come il teatro dell’epoca di Shakespeare veniva rappresentato: scena nuda, grande fiducia nella parola evocativa, vorticoso avvicendamento degli stessi attori in più ruoli ecc.
    Della tragedia greca invece sappiamo molto meno. Era certamente un teatro scritto per essere rappresentato in grandi spazi, con grandi segni scenici ed era un teatro di impronta marcata mente musicale. Gli stasimi erano certamente cantati ma pare che la presenza della musica fosse di tale importanza da far assomigliare gli spettacoli più alle opere liriche moderne che alla nostra prosa d’oggi.
    Ogni volta che si mette in scena una tragedia greca, soprattutto in teatri al chiuso, lo si reinventa, in modo inevitabilmente arbitrario. lo ho provato a leggere Elettra come una storia senza tempo di passioni assolute, in cui sembrano agitarsi dei naufraghi, creature soprawissute a disastri interiori e reali.
    La vivo come una sorta di evocazione spiritica in cui Elettra e il “suo” coro vivono da tantissimo tempo nel rimpianto di due uomini fantasma, un morto e un altro svanito nel nulla.
    Una storia dominata dall’attesa. E’ infatti questo elemento specifico che mi ha fatto preferire lo versione sofoclea a quella di Euripide. In Sofocle infatti i personaggi sembrano attendere da anni, da decenni, vivono in un’aspettativa di Oreste che sembra quasi non essere più reale ma mitica e dialogano con lo morte, si rivolgono ai morti. Questa tensione verso la morte, questa presenza viva della morte è una caratteristica del testo e io ho cercato di renderla sin dalla scena, metaforico cratere sempre sul punto di essere distrutto da ciò che sta sotto.
    Punto a uno spettacolo fatto di pochi segni netti, colori primari, luci e ombre marcate, suoni arcaici e insieme astratti.
    So di avere a disposizione un grandissimo talento d’attrice, quello di Lina Sastri, che per molto tempo è stato lontano dalla sua casa originaria: quella del teatro di prosa. Lina è però anche un grandissimo talento musicale, adatto a uno spettacolo che immagino basato sul rapporto tra parola, musica e danza. Non a caso opero nel finale un intarsio: sostituendo al finale di Sofocle quello della versione di Hoffmannsthal, imperniato sulla danza parossistica della protagonista.
    Penso a uno spettacolo serrato, vissuto col cuore in gola, con linee dritte e taglienti, tipico di una situazione in cui, in poche ore, precipitano awenimenti attesi da lungo tempo e in cui c’è pure, come sempre nella tragedia greca, spazio per indimenticabili momenti di stasi, in cui i personaggi si fermano a riflettere regalandoci frasi indimenticabili.
    Penso a una regia che racconti ma che non giudichi, che abbia pietà per i vinti, travolti dalla passione, dalla perversione, ma anche per i vincitori, travolti anch’essi dalla passione per la vendetta e svuotati dal raggiungimento dei propri obiettivi.
    Ho pensato a uno spazio vulcanico, come un cratere che nasconde il palazzo reale, situato sottoterra. E a costumi che stilizzano mescolanze mediterranee e mediorientali. Credo infatti che il mito di Elettra sia alla base di quella vasta cultura che abbraccia i paesi che si affacciano sul nostro mare.
    Attorno a Lina Sastri una compagnia d’eccezione che mescola grandi presenze della nostra prosa per la prima volta con il Teatro Stabile del Veneto (Leda Negroni, Luciano Virgilio) ad attori stabili della nostra compagnia: Max Malatesta, Giovanna Mangiù, Deli De Majo. In due ruoli significativi inserisco due felici incontri del mio recente fortunatissimo Eracle di Siracusa: Giovanna Di Rauso e Massimo Reale. In particolare invento con la prima un ruolo di corifea tra medium e Tiresia che spero risulti emozionante e convincente.
    Dopo alcune felici prove “autonome” realizzate all’Olimpico, due artisti vicentini, il musicista Francesco Erle con il suo Coro della Schola San Rocco, e lo scenografo Mauro Zocchetta, entrano nella squadra del Teatro Stabile del Veneto. Diamo loro il benvenuto, salutando anche la “promozione” di Marta Crisolini Malatesta, che già aveva dato il suo contributo, come assistente, a molti nostri spettacoli.

    Luca De Fusco

    Pin on PinterestShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on Facebook