• 20 novembre 2009 17:16
  • Cinquecento anni fa, a Vicenza, un gruppo di uomini e di donne si sono riuniti al Teatro Olimpico e seguendo un vecchio rito si sono raccontati ancora una volta loa storia di Edipo che avevano ereditato da un antico testo scritto duemila anni prima. Che cos’ era accadu­to nel corso di questo viaggio da Epìdauro a Vicenza? Che cos’ era cambiato in due millen­ni? Senza dubbio il cambiamento più evidente è quello delle misure, della proporzione. Siamo passati dall’ “aria aperta”, cioè dall’essere soggetti ol capriccio e ai dettami della Natura, al chiuso con una natura ricreata dall’uomo. Tutti i personaggi della tragedia, così immensi e allo stesso tempo così lontani in fond alla grande distanza dell’anfiteatro greco, si sono avvicinati. La maschera è scomparsa e, come in uno specchio, ci è apparso il volto umano. L’uomo si è avvicinato molto di più all’uomo, ha osato guardarlo in faccia e rispecchiarsi in esso. L’essere umano impareggiabile nel cammino della conoscenza, nonostante le cadute e gli errori, ha già perso una delle sue numerose paure ataviche che si è trascinato dal Medio Evo: la scienza gli darà fiducia e lo libererà da una pellicola di religiosità superstiziosa, lo porterà a trovare nell’osservazione dell’anima dell’ “altro” lo cono­scenza di se stesso. Shakespeare, con la sua immensa poesia drammatica, è l’esempio più paradigmatico di questa nuova visione. Palladio, con un gesto poetico della medesima grandezza ha fatto lo stesso nell’architettura: ci da la misura “umana” dell’uomo e ci dice da dove dobbiamo guardarlo, cioè da dove dobbiamo contemplare noi stessi.
    Perché questi primi occupanti del Teatro Olimpico scelsero Edipo? Edipo Re è soprat­tutto l’uomo in “misura umana” di fronte a se stesso. L’idea di Europa si stava formando su uno sfondo intessuto di guerre imperiali, nazionalismi irrazionali, scontri sanguinolen­ti e scismi religiosi che giustificavano le azioni più violente.
    Edipo a Colono vagherà errante per questi paesaggi cercando un rifugio e una terra più sicura. Mi emoziono a pensare che quei primi spettatori cercarono nella poesia di Sofocle le parole per esprimere le loro proprie inquietudini e per lenire i loro timori. E seb­bene mi scoraggi vedere che cinquecento anni dopo questo paesaggio sia così poco cambiato, mi emoziona che l’uomo prosegua nel suo impegno per la conoscenza e che abbia conservato questa eredità poetica – in questo caso doppia: quella della parola e quella della casa che l’alberga – per procurarsi un nuovo punto di vista che l’aiuti, una volta ancora, ad affrontare e a vincere le sue paure.

    Lluìs Pasqual

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