• 27 settembre 2013 11:29
  • Silvia è una donna in una stanza.
    Parla.
    Forse a noi.
    Deve raccontarsi: non ha contorni, non riesce a dare valore a ciò che la circonda. Deve riempire un vuoto e il piacere del sesso, ormai non sempre funziona. Nemmeno il potere, nemmeno i soldi.
    Solo la proposta di uno strano vecchio le fa intravvedere la possibilità di rimettere a posto i pezzi…
    Da quel momento si apre per Silvia una lotta con i propri fantasmi. Una lotta fatta di attimi, di ricostruzioni, di dolore emotivo e fisico, dalla quale forse non riuscirà ad uscire vincitrice.
    La bellezza di Silvia, la sua vitalità, il modo elementare di strutturare i pensieri senza alcuna apparente logica, il suo essere sperduta, tutto concorre a far tacere in noi il senso critico nei confronti di una ragazza che usa il corpo per ottenere riconoscimento nella vita.
    Ma è invece proprio quest’ultimo punto che Silvia ci chiede di spiegarle: quale sia il suo ruolo in questa società.
    Forse la domanda contiene un aspetto che non vogliamo vedere: se c’è la possibilità per le Silvie di esistere, probabilmente, è perché la nostra società ha bisogno che esistano.
    Forse non è Silvia che deve porsi la domanda “Dove sono sbagliata?”, ma noi.
    E forse, come per Silvia, saremo condannati a porcela senza trovare una risposta.

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