• 19 febbraio 2013 15:41
  • Si dice che non si scrivono più testi per il teatro, che la drammaturgia è in crisi, che si raccontano solo storie piccole, sterili, con pochi personaggi, con poco da dire.
    “Buco” non sfugge alla terribile diagnosi dello stato del teatro contemporaneo, cerca di fare i conti con la situazione, non fa finta di essere altro, di raccontare un mondo che non esiste, parte dalla realtà e ci gioca fino in fondo.

    Quattro attori in una sala prove cercano di mettere in scena un testo per un concorso di teatro: pochi mezzi, pochi soldi, poche idee. Lo spettacolo però prende una piega strana e, in un gioco di scatole cinesi, il testo si attorciglia attorno a loro, sposta continuamente il punto di vista, mischia le carte e a venir fuori, più che lo spettacolo è la vita di quattro ragazzi a cui il mondo sta stretto, che cercano di sognare ma devono fare i conti con il buco che il mondo gli ha scavato dentro.
    Quattro attori in cerca di un testo, in cerca di un nuovo modo di fare teatro: semplicissimo e spiazzante, più vero del vero e allo stesso tempo illusione perenne. Questo è “Buco”, un esperimento radicale, un gioco molto serio, divertentissimo e drammatico, come la vita.
    Sul palco non c’è nulla, niente scenografia, niente musiche solo gli attori. Sul confine labilissimo tra realtà e finzione solo i loro corpi, la loro bravura. Questo è rimasto al teatro, questa la sua forza.

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