• 1 ottobre 2013 12:41
  • Perché questa Medea? Perché volevo tornare lì, nei miei suoni: io milanese e veneta, e quella lingua di terra nel Lago di Garda che è Sirmione divide la Lombardia dal Veneto e unisce la mia storia. Sentivo i suoni che mi hanno accompagnato e quella musica trasformata sulla roccia del lago da Franca Grisoni è diventata la mia Medea. Medea straniera, sola, devastata, resa cieca e brutale da un dolore che non si può dire con parole ordinarie. Rivive l’incubo della sua storia che la porterà alla pietas, riconoscendosi in tutte le madri: dal fondo ritornano le voci dei figli, e fanno paura le loro domande che cadono nel vuoto. Loro/noi ingannati, manipolati, privati di regole e di identità, ottimi schiavi. Cambiare il destino. Forza e fragilità si mescolano. Lavoro giocato sull’aspra sonorità di una lingua prima, antica, barbara, e sulla potenza della voce, che libera nello spazio della scena tutta la rabbia del tradimento subito e della lucida vendetta ad eliminare l’intero seme di una umanità corrotta.

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